Ore 12 - Nel Pd caos scatta la scissione"silenziosa"

altroLe dimissioni, in un partito, non sono mai un atto burocratico. E anche le vicende e i drammi personali di un leader sono sempre un fatto politico.

Le dimissioni di Veltroni non chiudono solo una carriera importante e non pongono solo interrogativi pesantissimi sul modo di essere del Pd.

Il nodo vero è se questo Pd ha o no un futuro, se un partito così serve o no al Paese.

Inutile girarci attorno, la sostanza è una sola: è fallito il progetto politico che ha puntato alla creazione di un nuovo partito (il Pd) unendo una parte degli ex Pci (Ds) e una parte degli ex Dc (Margherita), cioè cercando di fondere due forze politiche che in poco tempo, sotto il peso degli aspetti peggiori dei rispettivi partiti di provenienza, erano già giunte al capolinea.

Di fatto, creando il Pd, la nomenclatura, gli apparati, le oligarchie, a tutti i livelli, pensavano di abbandonare le vecchie case pericolanti e imbarcarsi in una nuova avventura per costruirsi una “assicurazione” a vita.

Dice Emanuele Macaluso: “Ds e Margherita già allora non avevano più un’anima e si dedicavano soprattutto alla gestione del potere”.

Quando Massimo D’Alema (ma lui dov’era?) criticava il Pd “una amalgama mal riuscita” fotografava una realtà senza spiegarne i motivi: perché Ds e Margherita erano “finiti”?

Da due debolezze non può nascere una forza. Solo un miracolo può rimettere in forma due “moribondi”. Ma in questo caso l’ecumenico Veltroni non era Gesù e fra i famelici apostoli sempre in lotta fra loro c’erano troppi Giuda. Per non parlare dei cacicchi locali, veri padroni del partito.

E adesso?

Rimettere insieme i cocci è opera difficile, oltre che inutile e, anzi, sbagliata. Non serve solo un nuovo leader ma un partito “nuovo”, con una identità chiara e una organizzazione precisa, un partito capace di prendere finalmente posizione, senza ambivalenze, sulla base di maggioranze e minoranze che di volta in volta si formano negli organismi dirigenti.

Per fare questo serve un gruppo dirigente autorevole, responsabile, capace di mediare ma anche capace di condurre apertamente una battaglia politica e di mettersi continuamente in gioco. Serve ciò che non c'è.

Con il forfait di Veltroni restano sul campo solo macerie fumanti e i cardini del fallimento della strategia del Pd: la “vocazione maggioritaria”, la sinistra (le sinistre, sia quella radicale che quella riformista) stritolata, la conquista mancata del centro moderato.

Il dopo Veltroni sarà una lunga agonia. E’ l’intero gruppo dirigente ad avere fallito, quindi è l’intero gruppo dirigente a dover dare le dimissioni.

Scissioni? E’ già in atto la fuga “silenziosa”. Poi ci penseranno gli elettori, quando fra poco più di tre mesi andranno alle urne, a sancire la nuova realtà.

Si sa già come finirà.

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