Il lanciafiamme di Renzi (e altre storie di politica italiana)

Italian Prime Minister Matteo Renzi gives a press conference for foreign medias on February 22, 2016 in Rome. Matteo Renzi warned yesterday he could call a high-stakes confidence vote in his government in a bid to unlock a parliamentary deadlock over gay civil unions. To mark his second anniversary as premier the Twitter-loving 41-year-old has posted a slideshow on his Facebook page yesterday vaunting his achievements since seizing power in an internal putsch inside his centre-left Democratic Party (PD).  AFP PHOTO / ALBERTO PIZZOLI / AFP / ALBERTO PIZZOLI        (Photo credit should read ALBERTO PIZZOLI/AFP/Getty Images)

I risultati del primo turno delle amministrative 2016 sono archiviati e tutti gli sguardi sono puntati verso domenica 19 giugno, giorno dei ballottaggi in tutta Italia ma, soprattutto, nelle grandi città in cui i sindaci non sono stati eletti al primo turno.

Parliamo, dunque, di Roma, di Torino, di Milano, di Bologna e di Napoli (che però fa storia a sé, in questa curiosa partita).

Qui non siamo così ingenui da attribuire alle amministrative un valore politico: sappiamo bene che le amministrative fanno spesso storia a sé. Sono personalmente testimone di storie come quella di un piccolo paese della provincia di Milano in cui alle politiche vince sempre la Lega Nord e alle amministrative vince sempre, da 25 anni, la lista di centrosinistra. Fatte le debite proporzioni, può valere anche per comuni e città molto più grandi.

Ma non c’è alcun dubbio che Matteo Renzi dia a queste amministrative un valore politico. Questo non significa che Renzi sia ingenuo: forse è costretto a farlo, visto che i numeri parlano di un Pd in crisi (i confronti vanno fatti con le precedenti tornate amministrative, non con le elezioni politiche, come abbiamo già avuto modo di argomentare più d'una volta. Questo con buona pace di Matteo Orfini che cita l'analisi dell'Istituto Cattaneo).

Il valore politico alle elezioni, Renzi, lo ha attribuito parlando dei “problemi” del Pd. Lo ha fatto il giorno dopo le elezioni, dichiarando che da ora si sarebbe occupato del partito. Lo ha fatto ieri a Otto e Mezzo, dichiarando che dopo i ballottaggi entrerà nel partito col lanciafiamme.

E proprio da questa immagine metaforica che rievoca videogame o action movie di dubbio gusto vorrei partire.

Renzi si è preso il Pd, vincendo le primarie. Lo ha trasformato a sua immagine e somiglianza. È al governo. Ha messo il silenziatore alle minoranze interne e imposto – legittimamente, per carità – la sua linea sostanzialmente in tutto. Ha “rottamato” quel che ha voluto, si è anche preso il merito – probabilmente in maniera corretta e coerente – del successo alle europee, con il Partito democratico ai massimi storici. Ora le cose vanno malino (non ancora malissimo). Ma alla luce di quanto sopra, quando parla di entrare nel partito col lanciafiamme, a chi lo vorrebbe rivolgere?

Di fatto, Renzi ha abdicato alla campagna elettorale per le amministrative, scegliendo di puntare tutto sul referendum costituzionale, anticipando a dismisura i tempi comunicativi a proposito del medesimo. Perché è lì che si gioca la partita. Anche se Orfini attribuisce la personalizzazione del referendum al fronte degli oppositori di Renzi, è stato proprio quest’ultimo a dire: «Se non vinco mi dimetto», spostando il fuoco della campagna dal merito della riforma al ruolo del governo. In maniera impropria e forse anche incauta. Alla luce dei fatti è stato un grave errore. Una cosa per volta, Matteo, avrebbe dovuto dirgli chi gli vuole bene. Così come sarebbe stato più prudente (e comunque anche comunicativamente più interessante) raccontare la riforma oggetto di referendum così: «È la migliore che potevamo fare. Se verrà bocciata al referendum, cercheremo di migliorarla o eventualmente cercheremo un mandato più chiaro».

Ora, invece, la situazione è questa: è altamente probabile che il centrosinistra perderà Milano. Sembra altamente probabile che il Movimento Cinque Stelle si imporrà a Roma. A Torino, Fassino rischia (non tantissimo ma nemmeno poco). A Bologna il Pd dovrebbe farcela – ma non è che con il futuro sindaco Renzi vada troppo d’accordo. A Napoli c’è De Magistris contro il centrodestra e, come dicevamo, fa storia a sé. Tant’è che il Pd di Napoli vogliono rottamarlo.

Di fronte a questo scenario, si apre poi la lunga estate italiana. Durante la quale, si sa, la gente vuole dimenticare. Andare in ferie. Staccare il cervello. Quindi, la campagna per il referendum costituzionale – per la quale parte dell’artiglieria è già stata schierata, vedi Benigni e Moccia e simili – dovrà ripartire da settembre.

A ottobre, infine, si vota. Il referendum confermativo è senza quorum. E i numeri sembrerebbero dire che, laddove i brandelli della sinistra (brandelli, perché uno dei risultati politici avviati da Veltroni e consolidati da Renzi, è stato quello di accentrare tutto l’accentrabile nel Partito democratico e rendere, invece, percentualmente ininfluente tutto il resto) dovessero unirsi, nel fronte del No, a Movimento Cinque Stelle e destre varie, la bocciatura alla riforma potrebbe essere un fatto concreto.

E Renzi non può nemmeno sperare in un improvviso appoggio di Berlusconi: la situazione è talmente tesa che, in questa fase, qualsiasi forma di apparentamento rischia di far perdere voti a qualsiasi forza in campo.

Di apparentamenti non vuol sentir parlare – figurarsi – il Movimento Cinque Stelle. Che però incassa, almeno a scopo ballottaggio, l’appoggio esterno di Salvini. Virginia Raggi e l’eventuale squadra che riuscirà a formare in caso di vittoria, saranno uno degli oggetti politico-amministrativi più interessanti da valutare nei prossimi anni. Anche se l’impresa di amministrare Roma appare, è bene dirlo, improba. Mai come in caso di vittoria, in casa pentastellata ci si dovrà rendere conto del fatto che il cambiamento in quanto tale non è necessariamente una categoria di merito e mai lo sarà. È un contenitore vuoto che va riempito di contenuti. Quanto al referendum, il “NO” del M5S alla riforma costituzionale è scontato.

La destra, dal canto suo ha altri tipi di problemi ma potrebbe organizzarsi. I numeri romani, tanto per cominciare, mostrano che, con ogni probabilità, un’unità a destra dietro ad un volto credibile potrebbe portare risultati (Meloni+Marchini > Giachetti). È evidente che un risultato al referendum che si possa cavalcare a destra, o anche solo a centrodestra – la sinistra, come detto, è ampiamente distrutta. E hai voglia a dire che il referendum è sulla riforma e non sul governo. Vallo a spiegare mediaticamente, dopo tutto quel che è stato detto da una parte e dall’altra – farebbe molto bene alla compagine. Compagine che, però, appare più divisa che mai.

Con Alfano che non può certo smarcarsi da Renzi, quel pezzo lì (il Nuovo Centrodestra) è fuori dai giochi. Salvini ha ribaltato parte dell’oggetto comunicativo leghista, spostandosi dal meridione parassita allo straniero nemico. Ma non appare ancora in grado di compattare i voti di tutti (forse è solo un’impressione, lo ammetto. Bisognerebbe vederlo alla prova dei fatti). Berlusconi ha altre questioni da risolvere, e comunque abbiamo già visto che il suo fascino non è più vincente: c’è Renzi, adesso, ad affabulare gli amanti di un certo tipo di comunicazione.

Allora proviamo ad immaginare cosa succederà: persa Roma, perso Milano, Torino col punto interrogativo, Napoli che è a sinistra (ma fa storia a sé), il referendum è in bilico. E dopo?

Se vince la sua partita, chiaramente Renzi ha mano libera (anche se non avrebbe la certezza di riconferma nel 2018, a meno di sorprese dovrebbe farcela). Se perde, l’Italicum che fine farà? A quel punto si aprirebbe una delle più incerte situazioni politiche in Italia negli ultimi 25 anni.

Dubito, insomma, che basti il lanciafiamme di Renzi a sbrogliare la matassa.

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