Usa: funzionari chiedono operazione militare contro il regime di Assad. Kerry e Obama si dividono

"Un giudizioso ricorso alle armi" in Siria contro il regime di Bashar al Assad. A chiederlo sono 51 funzionari americani in servizio al Pentagono e alla Casa Bianca, che hanno firmato un documento interno apertamente crtico nei confronti della politica del presidente Barack Obama. E a sostenere l'inziativa c'è il segretario di Stato statunitense, John Kerry.

Lo scoop è del New York Times. Delle fonti, rimaste anonime, hanno fatto trapelare alcuni passaggi del documento, che il quotidiano americano ha prontamente riportato. Secondo i firmatari, attaccare il regime di Assad è "l'unico modo per sconfiggere lo Stato Islamico".

Dunque, per i firmatari, che non hanno gradito le continue violazioni del cessate il fuoco da parte di Damasco, è ora di intervinere direttamente. Secondo il loro punto di vista, Washington dovrebbe dare il via libera all'uso di missili da crociera, droni e, nel caso, anche a bombardamenti diretti per promuovere un change regime.

Obama ha subito reagito attraverso il suo staff. "Il presidente è sempre stato chiaro: non vede una soluzione militare alla crisi in Siria", ha detto Jennifer Friedman, portavoce della Casa Bianca, ai giornalisti. In sostanza, per l'amministrazione americana, l'obiettivo principale è quello di sconfiggere l'Isis.

In ogni caso, il documento fa emeregere in maniera chiara le divisioni a Washingoton sulla Siria, che vanno avanti ormai da mesi. Al Pentagono, i malumori per l'atteggimento tenuto da Obama sono molti. Ad essere oggetto di critiche è il ruolo da protagonista che si è ritagliato la Russia nelle operazioni militari. In particolare, nessuno digerisce il fatto che l'esercito di Vladimir Putin continui a violare i patti, favorendo Assad con la scusa della guerra agli islamisti. E' proprio di ieri la notizia che l'Aviazione russa avrebbe attaccato formazioni ribelli che si battono anche contro l'Isis.

Da Mosca, Mikhail Bogdanov è intervenuto sul caso. Il vice ministro degli Esteri ha affermato che lo spirito del documento è contrario alle risuoluzioni dell'Onu. E ha aggiunto: "occorre negoziare e raggiungere una soluzione politica sulla base del diritto internazionale, come concordato in sede di Consiglio di Sicurezza". Ma il negoziato non sembra procedere. Tra febbraio e aprile, nelle ultime due tornate di colloqui a Ginevra tra il regime di Assad e i ribelli, non si è raggiunto nessun risultato.

A qualche ora dalla pubblicazione dell'articolo del New York Times, poi, è intervenuto anche John Kerry. A sorpresa, il titolare della diplomazia Usa, in conferenza stampa da Copenaghen, ha dichiarato di considerare il documento: "con molto rispetto".

Per Kerry, se gli Stati Uniti non faranno pressioni reali a Damasco, Assad si limiterà semplicemente ad attendere la fine del mandato di Obama. Dunque, anche se non lo ha detto espressamente, il segreatrio di Stato è in accordo con i critici del presidente.

Il fatto che Kerry non abbia sconfessato il memorandum dei 51 indica che, in seno all'esecutivo Usa, le divergenze sono molto marcate. Difficile, però, che Obama cambi radicialmente strategia negli ultimi mesi. Più probabile che una svolta possa verificarsi nel caso in cui Hillary Clinton vinca le presidenziali. Ricordiamo che l'ex segretario di Stato è da sempre sostenitrice di un atteggiamento più duro nei confronti del dittatore siriano.

Il documento ha creato uno vero e proprio scossone a livello internazionale. Tanto che a dire la sua è stato anche il ministro degli esteri saudita. Adel al Jubeir, in visita a Washington, ha detto di condividere l'impostazione del memorandum: "sin dall'inizio della crisi siriana abbiamo appoggiato un intervento più robusto in Siria, che contempli anche attacchi aerei". Ed ha aggiunto che solo un approccio militare più aggressivo potrebbe "cambiare l'equilibrio di potere" e portare a una soluzione politica.

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