Il lato buono della Brexit

NEW YORK, NY - JUNE 24: A cashier waits for customers at Myers of Keswick, a British grocery store, June 24, 2016 in New York City. British citizens voted in a referendum (also known as the Brexit) to leave the European Union which has caused uncertainty across the world. (Photo by Drew Angerer/Getty Images)

Ci siamo svegliati il giorno dopo la Brexit e il mondo è ancora al suo posto. C'è di più: il Regno Unito è ancora nell'Unione Europea, visto che (primo) il referendum è consultivo e visto che (secondo) ora si dovrà comunicare formalmente all'UE la decisione di "uscire". Comunicazione alla quale seguiranno – lo prevedono i trattati, in particolare lo prevede – le negoziazioni per ridefinire gli accordi economici in vista, appunto, della separazione.

Ecco qui. È l'articolo 50 del Trattato di Lisbona a dirlo.

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Ai commi 1 e 2 viene definito il diritto di recesso di ciascuno stato membro (fra l'altro, rendendo vano qualsiasi paragone fra l'Unione Europea e gli U.S.A., dove il "diritto di secessione" non è riconosciuto costituzionalmente). Si parla di recesso. Perché l'Unione Europea è frutto di una serie di contratti, complessi e articolati, che sfuggono allo studio comune – e probabilmente anche allo studio di noi giornalisti. Del resto, ci sono i trattati. Non c'è una Costituzione Europea.

Non è nemmeno vero, come si legge, che le trattative dureranno, genericamente, due anni.

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Il comma 3 del Trattato di Lisbona lo spiega molto bene. Dopo la comunicazione ufficiale dello stato che intende recedere, si provvede alla negoziazione di accordi di recesso. Se si raggiunge l'accordo, questo ha valore dalla data di entrata in vigore (come ovvio). Se non si raggiunge, si aprono due possibilità: o, semplicemente, si cessano di ampliare i trattati dopo due anni dalla comunicazione ufficiale, oppure Consiglio europeo e Stato membro interessato decidono di prorogare tale termine.

Il contratto, insomma, prevede una formula di uscita lenta. Del resto, sarebbe stato folle pensare il contrario. Tutto dipenderà, dunque, dalle volontà politiche. Da chi condurrà le trattative in seno all'Unione Europea, da chi le condurrà nel Regno Unito. Se sarà un braccio di ferro o un tentativo di trovare una soluzione "amichevole", sarà solo una questione di buona volontà delle parti, con buona pace dei campioni europeisti – gli stessi che hanno palesemente violato l'autonomia decisionale democratica dei cittadini greci – che ora gridano all'emergenza.

Il giornalismo – C'è un problema, nel giornalismo occidentale (è di quello occidentale che ho esperienza, quindi parlo di quello). Questo problema si chiama breaking news. L'esigenza di individuare ad ogni costo un titolo ad effetto. Un evento da seguire live finché si può. Le conseguenze da prevedere. Il catastrofismo – che generalmente serve per accompagnare un invito al conservatorismo più spinto. Le speculazioni.

Tutto questo si traduce, purtroppo, nella totale incapacità di fermarsi e aspettare. E anche nella totale incapacità di spiegare ai lettori cosa stia accadendo veramente, quale sia il contesto, quali i passi che seguiranno a questo o quell'evento. Che senso ha, per esempio, spiegare "cosa succede adesso", se "adesso" non succede un bel niente?

Questo problema del giornalismo occidentale è perfetto per il problema della politica occidentale. Una politica fatta di slogan e di istituzioni opache.
Una politica in cui la distanza dell'istituzione dal cittadino si è fatta pressoché incolmabili e che, in particolare nell'Unione Europea, ha svuotato di qualsiasi valore il ruolo dell'elezione politica che risulta, invariabilmente, subordinata al volere di un'Unione Europea tutt'altro che democratica per come è stata pensata e per le modalità con cui prende le proprie decisioni.

Perché essere manicheisti? Perché raccontare al lettore che il presente (che domani diventerà storia) è una semplificazione bianca o nera e non ammette sfumature? Perché negare la complessità in nome dell'emozione? Perché non spiegare, per filo e per segno, tutti gli errori commessi dai politici e dalla classe dirigente di questa Unione Europea, per esempio?

Le news, trattate in questo modo, mostrano tutta la loro tossicità. Non uniscono i puntini, non creano contesto.

Voci dissonanti – Piergiorgio Odifreddi, nel suo blog su Repubblica, ha definito la Brexit un'altra bella notizia.

Francesco Erspamer ne parla ammettendo le possibili conseguenze negative a breve termine, ma anche quelle positive a lungo.

Non sono prese di posizione per il solo gusto di essere "contro" la vulgata comune. Sono analisi coerenti, che puntano a illustrare prima di tutto la complessità dell'esistenza.

Le grandi domande – Ora, per tutti quelli che esprimono commozione, empatia, rimpianti per una "separazione" – sembra quasi un trauma non risolto dovuto all'incapacità di accettazione della naturale fine delle cose, del cambiamento. Esprimere genericamente empatia, rabbia per qualcosa che è davvero semplicemente troppo difficile per essere "capito" e "commentato" con un'emozione – avrei una serie di domande, tanto per cominciare.

In quale momento, esattamente, l'Unione Europea è diventata un'entità inclusiva?
In quale momento si è mostrata un'istituzione vicina alle persone?
Quando, esattamente, il Regno Unito, che non aveva mai adottato l'Euro, fra l'altro, era diventato un "campione" dell'europeismo? (Si suggerisce per rispondere a questa domanda, posta in maniera da scardinare una serie di visioni apocalittiche, il Protocollo 15 del Trattato di Lisbona, da cui si evince lo status speciale del Regno Unito).
Lo sapevate, per esempio, che il Regno Unito non aveva mai aderito agli Accordi di Schengen?

Potrei continuare, ma penso che il senso sia chiaro.

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Lo shock e l'emergenza – Ovviamente, ora prevale la retorica emergenziale. Su La Stampa Marco Zatterin scrive, oltre a spiegare giustamente che ci vorranno anni perché questa Brexit si concretizzi:

«Serve un piano di emergenza che dia il tempo di prepararne uno di lungo termine».

Perché serve un piano d'emergenza? Non si era forse preparati da tempo a questa eventualità? Davvero non si è lavorato in termini di "prevenzione" nel caso in cui il referendum desse questo risultato? Se è così, tutti coloro che siedono ai vertici dell'unione dovrebbero fare un sentito mea culpa.

Su Il Sole 24 Ore, la retorica giornalistica è la medesima di quella del «Fate presto» che accompagnò l'incarico di governo a Mario Monti (allora, il quotidiano di confindustria titolò Fate presto, oggi è Europa, svegliati).

«L'ultima perfidia degli inglesi è stata quella di prendersela comoda. Per discutere del divorzio dall'Unione europea danno appuntamento a ottobre. Loro se la prendono comoda, i mercati no».

Be', i mercati non possono accelerare le procedure dei trattati europei. I mercati non dovrebbero poter accelerare un bel nulla, in termini politici. Affermarlo significa confermare una cosa ben precisa: che l'Unione Europea non è mai stato un contenitore politico inclusivo ma che, piuttosto, è un'istituzione pensata in maniera non neutrale e disegnata secondo una ben precisa visione politica ed economica. Quella neoliberista. Nei vincoli che l'Unione Europea impone ai propri stati membri – vincoli molto blandi per il Regno Unito: vale la pena di ricordarlo allo sfinimento.

L'emozione – Altri quotidiani fanno leva sulla componente emotiva. Sul futuro, che deve essere di unione e di fratellanza. Su Repubblica, Mario Calabresi scrive:

«Il continente è malato ma la febbre di oggi è la semplificazione l'idea che sia sufficiente distruggere la casa che ci sta stretta per vivere tutti comodamente. Peccato che poi restino solo macerie»

e poi continua con un invito ai giovani:

«Vogliamo avere pace, speranza e libertà, non rabbia, urla e paure. Tappatevi le orecchie, non ascoltate gli imbonitori e pretendete politici umili, persone che provino a misurarsi con la complessità del mondo e siano muratori e non picconatori»

Tutto bene. Tutto giusto. Ma i politici umili dovrebbero cominciare dall'ammissione degli errori commessi. La storia recente dell'Unione Europea – di cui il voto Brexit è solo una conseguenza – è fatta di errori commessi proprio dai politici, non è una cosa che ci è capitata fra capo e collo. Non è un terremoto, non è una catastrofe naturale.

Deriva da questioni complesse, appunto. Politicamente. Socialmente.

E il rischio populismo xenofobo, allora? – Oh, quello c'è, eccome. Ma non raccontiamoci favole. C'è sempre, tutti i giorni. C'è anche con l'Europa "unita". E dovrebbe farci paura vedere come viene cavalcato, esattamente come dovrebbe farci paura vedere come viene cavalcata la retorica della finta inclusione.

Tutte le retoriche sono preoccupanti, perché mettono il silenziatore al pensiero critico e la capacità di analisi e di approfondimento.

È evidente che le destre populiste cavalcheranno il risultato del referendum britannico. Ancora una volta, un errore gravissimo proviene da sinistra: Corbin ha sbagliato. Sposando la campagna per il remain e lasciato all'Ukip di Farage l'istanza del leave, per evidente preoccupazione di non supportare un'agenda destra xenofoba, è stato sbagliato. Almeno un terzo degli elettori laburisti ha votato per il leave. Sarebbe stata un'occasione per provare a spiegare in maniera sensata, complessa e articolata la necessità di riformare profondamente l'Unione Europea.

Riformare e migliorare – Questo è il punto cruciale e politico. L'Unione Europea sta mostrando (da mesi, ormai) tutti i suoi punti deboli, frutto quantomeno di "errori" in fase di progettazione (a voler essere buoni). La Brexit (che, giova ripeterlo, è l'inizio di un lungo processo di fuoriuscita di una nazione che era nell'UE con uno status speciale, senza condividerne molte caratteristiche, a cominciare, appunto, da Schengen e dall'euro) è un segnale che dovrebbe essere captato e convogliato verso un lavoro lungo, di radicale revisione di quanto fatto fin qui.

Non in nome dei mercati. In nome di quel che si predica essere l'Unione Europea.

Sarebbe proprio arrivato il momento di restituire alle parole il loro vero significato. La fretta e l'emergenza non portano a nulla di buono. Se si vuole raccontare che l'Unione Europea è un contenitore inclusivo e accogliente, allora bisogna renderlo tale. Se no, si parla a vuoto per slogan. E si finisce per non capire la Brexit. Se questo voto è uno scossone, allora il dovere della politica è quello di costruire, cogliendo le opportunità non nella crisi – la crisi è un'opportunità solo per chi ha rendite di posizione da difendere –, ma nella richiesta di miglioramento (e dunque di cambiamento).

È questa la reale volontà politica? Se sì, la strada per seguirla c'è, e la Brexit potrebbe essere un sentiero scosceso che porta a una via maestra diversa, più agevole di quella fin qui percorsa.

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