Noi usiamo il Verification Handbook. E tu?

Il giornalismo va fatto bene. O non va fatto. Imparare a verificare le fonti digitali è una battaglia d'avanguardia. Su Blogo adottiamo il Verification Handbook

verification-handbook-traduzione-italiano.png Il Verification Handbook è un manuale per la verifica delle fonti digitali (che si trova qui).

È uscito nel 2014 in inglese ed è al servizio di tutti i giornalisti che abbiano il desiderio di migliorare il proprio lavoro, imparando qualcosa di nuovo.

Nel 2016 è stato tradotto in italiano, un lavoro di Andrea Coccia (con la revisione di Bernardo Parrella. Si trova seguendo questo link).

Il 28 giugno, l'European Journalism Center ha pubblicato la notizia e ha anche inviato un comunicato stampa, nel quale si legge, fra l'altro:

«Questa edizione è particolarmente importante perché si inserisce in un contesto giornalistico, quello italiano, in cui la cultura della verifica dei contenuti digitali prodotti dagli utenti è ancora poco diffusa e le sue tecniche e applicazioni sono ancora poco note all'interno delle principali redazioni online».

Fino a questo momento, l'unica testata giornalistica che ne ha parlato online è Linkiesta (con la quale Andrea Coccia collabora).

Eppure, quando uscì in inglese ci fu la ola, almeno a parole.
Adesso, qualche giornalista ha condiviso il post dell'annuncio della traduzione su Facebook.
Fine.

Fatti e parole – Come dire: a parole, il giornalismo deve essere al servizio dei lettori. E se c'è un servizio che possiamo offrire ai lettori, è proprio la verifica del materiale che pubblichiamo.
Nei fatti, le cose vanno diversamente.

Non solo non vengono verificati, in Italia, i video, le foto che provengono dagli utenti. Ma si inciampa in errori gravissimi che derivano da prassi consolidate.

Pensate ai giornali cartacei che titolano «La Gran Bretagna resta nell'UE» (e, no, non è un problema di "dover chiudere prima"). Pensate agli stessi giornali cartacei che fanno i dossier spiegando «Cosa cambia con la Brexit» e parlano di visti, mutui, titoli di studio, permessi di lavoro e simili, che ancora non esistono semplicemente perché il Regno Unito è ancora nell'Unione Europea e ci uscirà dopo trattative. E dunque è impossibile sapere come uscirà e a quali condizioni.
Pensate a quanta pessima disinvoltura impieghiamo nell'uso delle parole quando diciamo cose che non significano niente, tipo «Duemila miliardi bruciati dalle borse» (bruciati? Da chi? E per colpa di chi? Per colpa di un voto? I soldi in borsa "si bruciano"? E gli speculatori, che fanno, li ricreano dal nulla? Cosa vuol dire un titolo simile, una frase simile?). Si pubblicano foto di Istanbul che non sono di Istanbul. Si dà spazio a studi di Confindustria che non hanno alcun fondamento per sostenere una posizione politica (a sostegno delle riforme di Renzi, per capirci). Si usano le parole a caso. E non è certo colpa del web, o dei blogger.

Questo non è giornalismo. Questo modo di fare giornalismo deve finire, perché è una delle concause della crisi.

«Il giornalismo va fatto bene oppure non va fatto».

Bisogna recuperare i valori fondativi del nostro mestiere, oppure cambiare mestiere.

Ego vs formazione Bisogna mettere da parte l'ego. Ammettere che dobbiamo imparare e ci sono persone che ci possono insegnare, anche se facciamo questo mestiere da più di venti o trent'anni. Voi, colleghi che leggete – perché spero leggiate – sapete come si verifica una fonte digitale? Io lavoro sul web da dodici anni: prima di leggere questo manuale, il Verification Handbook, credevo di saperlo. Adesso so qualcosa di nuovo. Ho imparato. E ci saranno ancora molte cose che dovrò imparare: dovrò studiare per tutta la vita, per tutto il tempo che farò questo mestiere.

È giunto il momento di smettere di piangersi addosso e di adottare veramente le buone pratiche, non solo a parole. È giunto il momento di ammettere che anni di cattivo giornalismo hanno distrutto il valore dei giornali e delle testate.

Una necessità: adottare le buone pratiche. Studiare. Impararle – Questo mestiere va fatto bene oppure non va fatto.

Su Blogo, ci impegniamo a imparare le buone pratiche del Verification Handbook. E a studiare, ogni giorno, tutti i giorni, anche se l'Ordine dei Giornalisti ora ti consente di fare i crediti formativi anche seguendo i corsi online – abdicando, dunque, alla necessità di far capire a tutti noi giornalisti che formarsi non deve essere considerato un obbligo di legge. Formarsi è vitale per fare bene.

Questo significa che non sbaglieremo? Certo che no. Continueremo a sbagliare e a cercare di migliorarci e a scusarci se sbagliamo, segnalandolo ai nostri lettori.

La redazione di @Blogoit adotta il Verification Handbook. Usiamolo tutti

Alberto Puliafito

La redazione di Blogo adotta il Verification Handbook: è gratis, anche in italiano, non abbiamo più alibi per non conoscerlo. Non vale solo per questo libro, vale per ampi casi di letteratura recente – e meno recente – sul tema del giornalismo digitale e per tutte le buone pratiche. Ma è un'adozione fortemente simbolica, oltre che necessaria.

Come direttore di Blogo, invito tutti i miei colleghi a fare altrettanto con le loro redazioni. Lo farò anche privatamente, tutte le volte che potrò, e aggiornerò questo pezzo con l'elenco, spero numerosissimo, di giornalisti e testate che adotteranno il medesimo impegno.

Giornalisti e testate che aderiscono

Rosy Battaglia
Cittadini Reattivi

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