L'Isis è la nuova pista anarchica

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Un'ora dopo il camion che fa strage di passanti di etnie, estrazioni sociali, generazioni diverse in cerca di spensieratezza il 14 luglio 2016 a Nizza, qualcuno aveva già deciso che era stato l'Isis.

Sulla stampa italiana apparivano, online, con una fretta che non è mai buona consigliera, analisi sulle dinamiche jihadiste (si veda quella di Molinari su La Stampa). Il sommario del Tg1, quasi 24 ore dopo, chiudeva (subito prima del gioco finale di Reazione a catena) con la frase «Secondo i magistrati l'attentato è in perfetto stile jihadista».

Su La Stampa cartacea di oggi si dà un nome a questa strategia dell'Isis: la strategia del pendolo. Cioè: un po' attentati organizzati e di stampo militare, un po' cani sciolti. E c'è un occhiello che dice testualmente: «Non sempre serve una rivendicazione».

Nel discorso di Hollande a poche ore dalla tragedia si parlava di lotta al terrorismo mentre, contestualmente, il Presidente francese annunciava l'estensione per altri tre mesi dello stato d'emergenza.

Sui profili social dei campioni dell'indignazione di pancia (quelli famosi, mica le persone qualunque. I Donald Trump, i Matteo Salvini) apparivano non meglio specificati inviti all'azione. Questo, nonostante il rapporto Chilcot abbia ampiamente dimostrato come l'azione fine a se stessa possa essere semplicemente inutile o addirittura dannosa (lo è stata la Guerra del Golfo del 2003, per dire).

Insomma: è deciso. Qualsiasi azione, anche di un singolo, è dell'Isis.
Funziona talmente bene per il mondo occidentale che funziona benissimo anche per l'Isis. Tant'è che 36 ore dopo un comunicato dell'agenzia Amaq afferma: «Mohamed Lahouaiej Bouhlel è un nostro soldato». Questo anche se gli inquirenti, al momento, non hanno ancora trovato alcun legame fra il folle autista del camion mortale e l'Isis stesso.

Giornalisticamente – ma anche politicamente – parlando, l'Isis è la nuova pista anarchica.

Un pazzo ammazza a Orlando? Isis.
Un delinquente piomba sulla folla con un Tir? Isis.

Dal punto di vista dello Stato islamico è perfetto web marketing, come scrive Andrea Coccia su Linkiesta. Dal punto di vista occidentale è una situazione perfetta per stringere sulla questione sicurezza e per cercare di convogliare l'attenzione sul medesimo nemico, con un atteggiamento semplificatorio preoccupante.

Preoccupante perché questa situazione non fa che rafforzare l'Isis stesso, se non altro nell'immaginario collettivo. Negli anni '60 e '70, per diffondere scritti invisi al regime sovietico occorreva ricorrere allo samizdat: i testi "proibiti" venivano riprodotti spontaneamente, ricopiati, fatti circolare di nascosto, secondo un fenomeno molto simile alla dinamica "social" raccontata da Coccia e che vediamo tutti i giorni sotto i nostri occhi. Era una rete sociale sommersa dove circolavano idee, con fatica.

Adesso, l'Isis, per far circolare il suo marchio ha bisogno solo che accada una qualsiasi tragedia che tempo fa avremmo attribuito a un folle isolato. Oppure alla pista anarchica.

Aggiungiamo a questo contesto l'ansia d'emozionare che circonda il giornalismo Italiano, sommiamoci la velocità del flusso informativo (la Brexit spiegata male, cancellata dal treno in Puglia, cancellato dalla strage di Nizza, cancellata dal golpe in Turchia, cancellata dalla rivendicazione dell'Isis), moltiplichiamo per la facilità di circolazione delle bufale o delle notizie non verificate ed ecco che la deflagrazione è molto più violenta di qualsiasi ordigno terroristico: sul campo restano tessuti sociali smembrati, idee e azioni decapitate, pensiero critico e laterale frantumati e gettati nelle fosse comuni dell'indignazione che dura 48 ore.

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