Il fallimento del giornalismo in tempo reale

La premessa è questa: sono un sostenitore del live e del racconto giornalistico di quel che sta succedendo. Lo sono sempre stato e probabilmente lo rimarrò sempre.

La chiave, però, sta tutta in quella parola lì: giornalistico.

Qualche giorno fa, una rete televisiva pubblica, una all news pubblica e una rete privata (Rai3, Rai News e La7) hanno mandato in onda immagini di un'esercitazione raccontandole e commentandole per parecchio tempo come se fossero le immagini della strage di Monaco (strage perpetrata da un giovanissimo le cui motivazioni sono ancora oscuri, anche se la sentenza mediatica e da vox populi è già stata emessa).

Del resto, scrivevamo non più tardi della settimana scorsa che l'Isis è la nuova pista anarchica. E il fatto che lo sia è funzionale sia all'Isis stesso sia a quelle figure che, demagogiche e populiste, propugnano soluzioni finali non meglio definite. Come se non ci bastasse, come se non ci fosse servito – e, se devo dire come la vedo, temo che non ci sia servito affatto – l'enorme errore commesso con la Seconda guerra del Golfo, certificata come non necessaria dal già dimenticato rapporto britannico redatto da Sir Chilcot e dal suo gruppo di lavoro.

Ma torniamo al giornalismo.

In situazioni di emergenza, sta dimostrando tutta la sua fragilità e debolezza. L'incidente occorso alla Rai non è nuovo e, evidentemente, non bastano più nemmeno le scuse (che pure ci sono state, su Facebook per esempio).

Il fatto è che le all news, che fino a poco tempo fa sembravano una finestra sul mondo, ora sono diventati contenitori da riempire di contenuti, ossessivamente e senza soluzione di continuità (e così capita che chi doveva commentare la strage di Nizza si trovi a parlare del golpe in Turchia. E che addirittura si litighi in diretta e si prendano sfondoni), quasi a livelli da infotainment.

Il mainstream, ossessionato dalla ricerca costante di volume (share, videoviews, click, chiamateli come volete), abdica al suo ruolo di selezionatore delle notizie e farcisce i propri contenuti di bufale, notizie non verificate, contenuti non verificati. Abbassa l'asticella del criterio minimo perché un contenuto o una notizia siano pubblicabili, dalla verifica alla verosimiglianza.

Probabilmente, buone e cattive pratiche sono sempre esistite e non è cambiato niente. Più realisticamente, il volume delle cattive pratiche è semplicemente aumentato o è diventato più visibile grazie all'esistenza della rete. Quella stessa rete attraverso la quale a diffondere le bufale non sono soltanto gli utenti incauti – o i siti specializzati in bufale – ma anche le testate giornalistiche. E quei contenuti non verificati debordano addirittura in televisione.

Della stessa malattia soffrono i titoli che cambiano in continuazione, il dare credibilità ai testimoni o a dichiarazioni di politici pur di titolare a effetto (la sera della strage di Nizza illustri testate aprivano dicendo che il camion era pieno di granate).

La cosa preoccupante è che fanno discutere i compensi in Rai (per carità: occorre senz'altro fare chiarezza), ma non si discute, poi, nel merito.
Nel merito di un giornalismo che ha un profondo bisogno di rinnovarsi partendo dalle buone pratiche del passato.

Si possono raccontare gli eventi in tempo reale. Si deve fare con dignità, con rispetto delle notizie, dei fatti, del mestiere e del lettore.

Ecco perché bisognerebbe adottare buone pratiche – e in Rai dovrebbero dare l'esempio, trattandosi di servizio pubblico –, studiare, imparare, aggiornarsi e dichiarare esplicitamente che linee editoriali e di metodo si applicano in contesti emergenziali.

Il mondo si evolve ogni giorno in una direzione sempre meno intelligibile. L'orizzonte è sempre più offuscato. Il giornalismo ha enormi responsabilità nel racconto di quel mondo: le conseguenze a lungo termine di quella che è ormai una consolidata tradizione di titolazione con lo scopo di shockare sono drammatiche. Da un lato, titoli, toni, immagini "shock" (vere o presunte tali) creano assuefazione a qualsiasi violenza. Dall'altro la esasperano, la generalizzano, la semplificano. E semplificando travisano. E travisando terrorizzano: si chiama terrorismo emozionale. Perché il terrorismo è anche semplificazione. Lo spiega benissimo la definizione che ne dà la Treccani: da un punto di vista figurativo, si intendono terroristici anche i

metodi di polemica culturale o di pressione psicologica fondati sull’uso di argomenti semplicistici e intimidatorî

Se cederà al suo stesso terrorismo, il giornalismo avrà fallito. Fermo restando che per fare bene non si può far presto, fermo restando che si deve smettere di fare concorrenza ai social e che è stato l'atteggiamento fin qui mantenuto dagli editori a svalutare il lavoro giornalistico e a rendere le news una commodity, bisogna recuperare il valore del giornalismo in tempo reale. Che si può ancora fare bene.

A patto di riconoscere gli errori e affrontare i problemi.

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