Cuba proibisce le parole della libertà

Cuban dissident blogger Yoani Sanchez delivers a speech at the Adolfo Ibañez University in Santiago, Chile, on April 22, 2015. Sanchez gave her perspective about Cuba and talked about her life as a blogger.  AFP PHOTO / Vladimir Rodas        (Photo credit should read VLADIMIR RODAS/AFP/Getty Images)
A Cuba ci sono parole che non si possono scrivere: democrazia, elezioni libere, Primavera Nera, generazione Y, diritti umani, repressione, dittatura, sicurezza di Stato, sciopero della fame, dissidente, plebiscito, polizia politica e altre ancora. Trenta parole che se vengono scritte in un sms impediscono a questo di arrivare a destinazione.

Lo hanno scoperto alcuni attivisti cubani, fra cui Yoani Sanchez. Inizialmente si credeva che la mancata ricezione dei messaggi fosse dovuta a un problema di Ectesa, l’operatore tlc cubano, ma dopo numerosi casi gli attivisti sono stati in grado di constatare che alla base dell’errore vi era una censura del governo de L’Avana.

Il governo ha agito in gran segreto, a differenza di quello pachistano che nel 2011 bloccò 1600 parole, tanto in inglese come in urdu, che non potevano essere utilizzate nei messaggi inviati con il cellulare.
Dopo numerose mancate ricezioni, gli attivisti cubani si sono rimboccati le maniche e sono riusciti a individuare trenta parole proibite che impediscono alla comunicazione di raggiungere i destinatari.

La denuncia degli attivisti è stata pubblicata su 14ymedio, il blog di Yoani Sanchez. Ora, scoperto l’inganno, non resta che aggirare la censura con un codice, come avveniva in passato con altre forme di comunicazione non digitale che trasformavano la “polizia” in “aspirina” e Fidel Castro in un “cavallo”.

Via | 14ymedio | La Stampa

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