Maturità 2017: prima prova tema storico politico su disastri e ricostruzione, traccia svolta

Il saggio breve di carattere storico politico della Maturità 2017 verte sul tema "Disastri e ricostruzione"

Maturità 2017 prima prova disastri e ricostruzione

Uscite le tracce della prima prova della Maturità 2017. Il saggio breve o articolo di giornale di ambito storico politico quest'anno verte sull'argomento "Disastro e ricostruzione". I documenti a disposizione sono un estratto di un articolo di Repubblica di Giorgio Boatti, uno del Sole 24 Ore di Alvar González-Palacios e infine un brano tratto dal capitolo XXV de "Il Principe" di Niccolò Machiavelli.

Blogo posterà qui la traccia svolta in contemporanea con gli studenti maturandi, dando la sua personale visione della tematica. Restate con noi per tutti gli aggiornamenti.

Traccia svolta

Secondo il filosofo inglese Francis Bacon, la natura può essere comandata solo ubbidendole, un modo piuttosto diplomatico per dire che l'uomo, anche se il suo istinto da dominatore gli fa intendere il contrario, non può davvero sottomettere tutto o quantomeno non può farlo senza aspettarsi delle conseguenze.

La storia, dagli albori della civiltà fino ai giorni nostri, conta infatti pagine buie per l'umanità, spesso tenuta in scacco dalla furia di uragani, alluvioni e terremoti, disastri a volte prevedibili ma senza dubbio non evitabili. Semmai giusto tamponabili, per limitare i danni.

Ma la storia è anche fatta di colpi di reni da parte di chi quelle tragedie le ha vissute, persone che si sono letteralmente rialzate dopo aver perso molto o tutto e hanno trovato la forza di ricostruire, sia le proprie esistenze sia i propri luoghi. Magari con lentezza, ma anche con tanta determinazione.

Il 4 novembre del 1966, l'Italia aveva gli occhi puntati su Firenze, la culla del Rinascimento, piegata e annegata in una delle alluvioni più imponenti e distruttive degli annali nostrani. Il racconto di quello che accadde ci arriva dalla penna schietta e onesta, forse anche emotiva, dello storico dell'arte cubano, Alvar Gonzàles-Palacio, fiorentino ad honorem, visto il suo amore per il capoluogo toscano e i suoi studi universitari nella città di Dante.

In quei giorni Gonzàles-Palacio era a Firenze, ricorda esattamente lo scenario ai limiti dell'incredibile, la mancanza di luce e di ogni confort simile della società contemporanea, come anche l'impossibilità a procurarsi del cibo. Perché muoversi in quel 4 novembre del 66 fra "l'odore di marcio e di benzina, vetri rotti, bottiglie, migliaia di libri disfatti nell’acqua sudicia, fango" sembrava davvero impossibile.

Eppure l'alluvione fiorentina degli anni 60, vista con gli occhi di Gonzàles-Palacio, non ha solo il sapore della tragedia. Lo storico racconta anche una lieta novella fatta di tenacia e coraggio, di uomini che sanno asciugarsi le lacrime e sporcarsi le mani per ricostruire:

Quel che Firenze insegnò a tutti allora, cinquanta anni fa, è il senso della dignità e come nulla sia veramente perso se si ha la forza e la fede di non lamentarsi e di rimettersi a lavorare da capo. La natura sa distruggere infinite cose ma tutte possono essere riparate dagli uomini

Alvar Gonzàles-Palacio

Tuttavia, la natura duale dell'uomo, lo porta anche ad essere il primo protagonista dell'annichilimento. Le Guerre Mondiali ne sono un esempio lampante: dove la natura imperturbabile e inarrestabile non è arrivata, ci ha pensato l'essere umano, con bombe e armi di distruzioni di massa. Salvo poi affrettarsi a ricucire ciò che aveva strappato, come la tela di Penelope.

Emblematico il caso dell'Abbazia di Montecassino, nella provincia di Frosinone, tormentata dal 500 in poi da alluvioni e terremoti, fino ad essere rasa al suolo nel 1944 dagli alleati a suon di bombardamenti. Solo 4 anni più tardi e fino al 1956, l'Abbazia risorgeva dalle sue ceneri, ricostruita "ab imis fundamentis" sotto la direzione dell'ingegnere Giuseppe Breccia Fratadocchi.

Queste le parole del giornalista Giorgio Boatti, da un articolo di Repubblica del 2016:

[...] una dozzina di anni dopo Montecassino è in piedi. Ricostruito con una tempestività che oggi sembra incredibile ma che dice parecchio sulla vitalità di un'Italia appena uscita dal conflitto e decisa non solo a rimettere in piedi la produzione industriale ma determinata a conservare e valorizzare il suo patrimonio culturale

Giorgio Boatti

L'uomo fa e l'uomo disfa. Poi, in moti di lucidità e saggezza, ricostruisce, consapevole di essere parte di quei "nani sulle spalle dei giganti", come diceva il buon Bernardo di Chartres e conscio quindi del fatto che senza un passato solido, fatto di tradizioni e cultura, umana ma anche materiale, naturalistica e architettonica, il futuro diventa incerto e quindi più difficile da prevedere.

Eppure, lo spirito dicotomico dell'essere umano, lo fa essere tutto e il contrario di tutto, furia e legione angelica, vittima della sorte o protagonista delle sue scelte, come di dice Niccolò Machiavelli nel capitolo XXV de "Il Principe", quando lascia intendere che le azioni umane sono un insieme di fortuna e libero arbitrio. Solo stimolando l'uso del secondo si possono mitigare gli effetti della prima.

Nondimanco, perchè il nostro libero arbitrio non sia spento, giudico potere esser vero, che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che ancora ella ne lasci governare l’altra metà, o poco meno, a noi. Ed assomiglio quella ad fiume rovinoso, che quando ei si adira, allaga i piani, rovina gli arbori e gli edifici, lieva da questa parte terreno, ponendolo a quell’altra; ciascuno gli fugge davanti, ognuno cede al suo furore, senza potervi ostare; e benchè sia così fatto, non resta però che gli uomini, quando sono tempi quieti, non vi possino fare provvedimenti e con ripari, e con argini, immodochè crescendo poi, o egli andrebbe per un canale, o l’impeto suo non sarebbe sì licenzioso, né sì dannoso

Niccolò Machiavelli

La verità è che l'eterno contrasto fra libero arbitrio e fortuna, a cui fa riferimento Machiavelli, noi lo possiamo parafrasare in altro modo, come la lotta fra scelte giuste, nate da riflessioni ponderate e scelte sbagliate, frutto delle passioni e dei vizi umani.

La natura non è benigna o maligna, è natura e basta, con tutte le conseguenze del caso. Sta però all'uomo provare a limitarla, agendo per il bene, costruendo edifici che resistano, tanto per cominciare, accettando di avere responsabilità civili e penali quando invece crollano, giusto per finire.

Il nemico dell'uomo è sempre stata l'ingordigia, seconda solo alla superficialità. Ma i vizi vanno decisamente combattuti e superati, perché sul lungo termine non giovano davvero a nessuno. Di certo non alle generazioni che verranno.

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