Calderoli non applaude Liliana Segre, intanto può essere processato per gli insulti a Kyenge

Aveva definito l'ex ministro un "orango" e oggi non ha partecipato alla standing ovation per la senatrice a vita.

Calderoli

Roberto Calderoli si è reso ancora una volta protagonista di uno spiacevole episodio. Oggi, in Senato, è stato l'unico a non applaudire la senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta all'olocausto. A lei è stata tributata una meritata standing ovation nel momento in cui Giorgio Napolitano ha nominato Segre, ma il senatore leghista non si è degnato di fare neanche un mezzo applauso ed è rimasto con le mani saldamente sul banco.

Proprio oggi Calderoli è venuto a conoscenza delle negative conseguenze di un altro suo comportamento che potrebbe essere definito "razzista" risalente al 2013: durante un comizio definì l'allora ministra per l'Integrazione Cècile Kyenge Kashetu un "orango". Ebbene nel 2015 il Senato adottò una deliberazione di insindacabilità, "proteggendo" Calderoli dalla possibilità di essere processato per quell'insulto, ma oggi la Corte Costituzionale ha accolto il ricorso con il quale il Tribunale di Bergamo ha promosso un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato.

La Consulta ha infatti scritto:

"Non spettava al Senato affermare che il fatto per il quale pende il procedimento penale a carico del senatore Roberto Calderoli davanti al Tribunale ordinario di Bergamo concerne opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni, ai sensi dell'articolo 68, primo comma, della Costituzione"

Calderoli è imputato per diffamazione per aver offeso l'onore e il decoro dell'onorevole con una frase offensiva pronunciata davanti a una platea di circa 1500 persone e la sua frase è stata poi anche ampiamente diffusa dalla stampa.

Dunque secondo gli Ermellini il ricorso è fondato perché le Camere sono chiamate a deliberare sull'insindacabilità di opinioni che sono espresse da deputati e senatori ma che siano riconducibili alle loro funzioni parlamentari, ma solo il giudice può valutare se le dichiarazioni diano luogo a qualche forma di responsabilità giuridica. La Consulta ha anche sottolineato che le opinioni di Calderoli su Kyege non avevano alcun nesso funzionale con l'esercizio dell'attività parlamentare.

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