Pd, Orlando duro contro Renzi: "Lasci lavorare Martina o ritiri le dimissioni"

Andrea Orlando

Con il passare dei giorni le dimissioni post-elettorali di Matteo Renzi iniziano sempre di più ad assomigliare al suo proposito di ritirarsi dalla vita politica in caso di sconfitta del 'sì' nel referendum costituzionale. All'indomani del voto Renzi aveva fatto un mea culpa (troppo piccolo, considerate le dimensioni del fallimento), presentando le sue dimissioni da segretario ma al tempo stesso dettando la linea politica al suo partito; vale a dire il diktat di restare all'opposizione in questa legislatura.

Un controsenso assoluto visto che, normalmente, non dovrebbe essere chi perde a scegliere cosa fare di un partito intero - che dovrebbe rappresentare, teoricamente, una comunità - dopo le sue dimissioni. Molti esponenti del PD in questo mese hanno sostenuto con forza la necessità di restare all'opposizione, in spregio, a giudizio di chi scrive, per le sorti del Paese. Il motivo è semplice: se davvero, come sostiene larghissima parte del PD, i 5 Stelle sono degli incapaci pericolosi, la scelta di tirarsi fuori rifiutando il confronto è semplicemente paradossale.

Se Matteo Renzi e i suoi turbo-renziani avessero realmente a cuore le sorti del Paese e non esclusivamente la propria carriera politica, dovrebbero assolutamente cogliere l'occasione per tendere una mano in questa fase e cercare di contenere i rischi ai quali i 5 Stelle (e la Lega) potrebbero esporre il Paese. Potrebbe rappresentare anche un modo per disinnescare un fenomeno strano e nuovo per la politica nazionale, che potrebbe anche servire a far rivalutare l'attuale classe politica dei partiti tradizionali agli occhi degli elettori.

Questo atteggiamento di chiusura è invece un regalo per la retorica dei 5 Stelle, che sono stati all'opposizione quando i cosiddetti "responsabili" di destra e sinistra si sono uniti per salvare il Paese dagli spettri del debito pubblico incontrollabile (problema che, invece, si è aggravato), dell'economia in stagnazione (che continua a stagnare) e, soprattutto, da quest'orda di "populisti" che, in fondo, rappresentavano la gente comune, forse non propriamente consapevole della complessità delle cose; quasi degli alieni pericolosi per una classe politica autoreferenziale, distante anni luce dalle persone e dai loro problemi.

I "responsabili" di ieri sono magicamente diventati gli irresponsabili di oggi, pronti ad alimentare lo stallo politico o peggio ancora a mettere in pericolo il Paese, contando di risorgere un giorno come l'araba fenice. Un atteggiamento da "gufi", per utilizzare il termine con il quale l'ex Presidente del Consiglio amava bullizzare nemici interni e esterni, veri o presunti, influenti o insignificanti che fossero. Ieri Matteo Renzi alias "il dimissionario" ha avuto anche l'ardire di riunirsi con i suoi fedelissimi in assenza del segretario reggente Martina, proprio allo scopo di scongiurare incontri e dialoghi con Di Maio. È stata l'ennesima dimostrazione che le sue dimissioni, in realtà, sono state solo una boutade da quattro soldi. D'altra parte dopo aver compilato in prima persona le liste elettorali senza tenere conto di alcun equilibrio, i gruppi parlamentari del PD sono composti da moltissime persone che possono solo confidare nella sua resurrezione politica per poter alimentare la propria ambizione di avere un futuro.

Renzi, insomma, vuole continuare a comandare ma non vuole assumersi la responsabilità politica del comando. Ormai è diventato evidente a tutti, perfino ad Andrea Orlando - spesso sembrato assopito nel suo ruolo di Governo al fianco dello stesso Renzi - che questa mattina ha finalmente attaccato frontalmente il presunto dimissionario fiorentino: "Renzi deve decidere: se ritiene che la colpa di questa sconfitta non sia la sua, che sia la mia o dei cambiamenti climatici, allora deve decidere di ritirare le proprie dimissioni e continuare a esercitare il mandato avuto dagli elettori. Se invece, come ha detto, si assume non dico tutta la responsabilità ma almeno una quota significativa, e ne trae come conseguenza quella di arrivare alle dimissioni, allora deve consentire a chi pro tempore ha avuto l'incarico di poterlo esercitare. Altrimenti non riparte l'iniziativa, non riparte un dibattito sereno, non riparte una ripresa dei rapporti del pd con la società italiana".

Lo stesso identico appello, seppur con toni più pacati, come da sua abitudine, è arrivato da Gianni Cuperlo che continua ad occuparsi dei fatti del PD anche se, come noto, ha rifiutato la candidatura alle scorse politiche non condividendo il metodo scelto per la compilazione delle liste, pur avendo avuto la garanzia di un posto teoricamente sicuro (almeno prima delle elezioni).

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