Trattativa Stato-Mafia, il PM Di Matteo accusa: "Csm e Anm non ci hanno difeso"

Nino Di Matteo: "Adesso servirebbe un 'pentito di Stato', uno delle istituzioni che faccia chiarezza e disegni in modo ancora più completo cosa avvenne negli anni delle stragi"

Il PM Nino Di Matteo è intervenuto oggi nel corso del programma "1/2 ora in più" su Rai 3 diretto da Lucia Annunziata. Il tema centrale dell'intervista ha ovviamente riguardato il processo sulla trattativa Stato-Mafia per il quale venerdì scorso è stata emessa una sentenza di primo grado della Corte d'Assise di Palermo che ha portato a condanne importanti: 12 anni per Mario Mori, Antonio Subranni, Marcello Dell'Utri e Antonino Cinà; 8 anni per l'ex colonnello Giuseppe De Donno; 28 anni per il boss Leoluca Bagarella; 8 anni per Massimo Ciancimino.

Questo processo è stato duramente criticato nel corso degli anni da parte degli ambienti politici e giornalistici. Critiche sono piovute da più fronti sul lavoro dei magistrati coinvolti nell'indagine, accusati addirittura di "voler fare politica" e peggio ancora di voler "deformare la giustizia inventandosi qualcosa che non esiste". Di Matteo ha ammesso di essersi sentito solo in questi anni, soprattutto per la scelta del silenzio adottata da Anm e Csm: "Quello che mi ha fatto più male è che rispetto alle accuse di usare strumentalmente il lavoro abbiamo avvertito un silenzio assordante e chi speravamo ci dovesse difendere è stato zitto. A partire dall'Anm e il Csm".

Di Matteo è convinto di aver svolto il proprio lavoro con senso del dovere e spirito di servizio: "Ho sempre creduto nella doverosità di questo processo qualunque esito avesse avuto. Ho la consapevolezza di aver fatto il mio dovere. La sentenza emessa da una corte qualificata che in cinque anni ha dato spazio a tutte le prove dell'accusa e della difesa, non ci ha colto di sorpresa. Il verdetto ha messo un punto fermo importante sancendo che mentre la mafia, tra il '92 e il '93, faceva sette stragi c'era chi all'interno dello Stato trattava con vertici di Cosa nostra e trasmetteva ai governi le sue richieste per far cessare la strategia stragista. È un punto importante che può costituire un input per la riapertura anche delle indagini sulle stragi che probabilmente non furono opera solo di uomini di Cosa nostra".

Per Di Matteo questa sentenza rappresenta solo un primo passo per arrivare alla verità e non solo perché si tratta di una sentenza di primo grado. Mancano, infatti, i mandanti politici: "Gli ufficiali dei carabinieri sono stati condannati per avere svolto un ruolo di cinghia di trasmissione delle richieste della mafia nel '92, quindi rispetto ai governi della Repubblica presieduti da Amato e Ciampi, mentre Dell'Utri è stato condannato per avere svolto il medesimo ruolo nel periodo successivo a quando Berlusconi è diventato premier. Questi sono stati i fatti per cui gli imputati sono stati condannati. È un fatto oggettivo. Poi resta da capire come mai, rispetto al fallito attentato all'Olimpico, nel 1994, Cosa nostra abbandonò le stragi e avviò una lunga fase di tregua nell'evitare il frontale attacco allo Stato. Questo dovrebbe essere uno spunto di riflessione. È ovvio che noi abbiamo agito verso soggetti che ritenevamo coinvolti sulla base di un quadro probatorio solido, ma non pensiamo che i carabinieri abbiano agito da soli. Non abbiamo avuto prove concrete per agire contro livelli più alti, ma pensiamo che i carabinieri siano stati mandati e incoraggiati da altri".

Per completare il quadro e scavare affondo sui reali mandanti della trattativa, secondo Di Matteo servirebbe un 'Pentito di Stato', vale a dire qualcuno di quelli che tirava i fili di quella trattativa che vede coinvolto, per il momento, solo Marcello Dell'Utri. Mancano, ovviamente, diversi tasselli secondo Di Matteo: "I carabinieri che hanno trattato sono stati incoraggiati da qualcuno. Noi non riteniamo che il livello politico non fosse a conoscenza di quel che accadeva. Ci vorrebbe un 'pentito di Stato', uno delle istituzioni che faccia chiarezza e disegni in modo ancora più completo cosa avvenne negli anni delle stragi. La sentenza è precisa e ritiene che Dell'Utri abbia fatto da cinghia di trasmissione nella minaccia mafiosa al governo anche nel periodo successivo all'avvento alla presidenza del Consiglio di Berlusconi. In questo c'è un elemento di novità. C'era una sentenza definitiva che condannava Dell'Utri per il suo ruolo di tramite tra la mafia e Berlusconi fino al '92. Ora questo verdetto sposta in avanti il ruolo di tramite esercitato da Dell'Utri tra Cosa nostra e Berlusconi. Né Silvio Berlusconi né altri hanno denunciato le minacce mafiose, né prima né dopo".

Quando la Annunziata gli ha chiesto se accetterebbe un incarico politico da parte del Movimento 5 Stelle, Di Matteo ha preferito dribblare la domanda: "Ho sempre detto che non vedo nulla di scandaloso se un magistrato con determinati paletti possa dismettere la toga e dare un suo contributo al Paese, soprattutto nei settori che conosce sotto un'altra veste, partecipando alla vita politica e accettando incarichi di governo. Credo, però, debba essere regolata meglio la possibilità di tornare in magistratura. Se qualche forza politica manifesta stima per me non posso impedirlo né me ne vergogno".

Nino Di Matteo

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