Borsellino, indagini su strage di Via D’Amelio "depistate": chiesto processo per 3 poliziotti

La Corte d’assiste di Caltanissetta nelle motivazioni della sentenza di condanna parla di Via D’Amelio come di "uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana" messo in atto da uomini dello Stato

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Le indagini sull’omicidio di Paolo Borsellino e la strage di Via D’Amelio sono tra i casi più gravi di depistaggio della storia della Repubblica italiana. Così secondo la Procura di Caltanissetta che oggi ha chiesto il rinvio a giudizio per tre poliziotti accusati di aver confuso le acque sulla strage del 19 luglio 1992 quando un’autobomba piazzata sotto casa della madre di Borsellino, in via D’Amelio a Palermo, provocò la morte del magistrato e di cinque agenti della sua scorta.

Il processo è stato chiesto per il funzionario di polizia Mario Bo (già sottoposto a indagini poi archiviate per i medesimi fatti) e per gli agenti Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. Tutti e tre sono accusati di calunnia in concorso.

Depistaggio strage Via D’Amelio: motivazioni sentenza

Nelle motivazioni depositate ieri pomeriggio della sentenza emessa il 20 aprile 2017 dalla Corte d’assise di Caltanissetta, i giudici parlano delle indagini legate a Via D’Amelio come di "uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana" compiuto da uomini dello Stato. I presunti servitori infedeli delle istituzioni avrebbero in sostanza reclutato dei soggetti del sottobosco mafioso palermitano per farli diventare pentiti a comando, imbeccandoli su cosa avrebbero o non avrebbero dovuto dire, come e quando.

Il 20 aprile dell'anno scorso vennero condannati all'ergastolo per la strage di Via D’Amelio Salvino Madonia e Vittorio Tutino. Per il capo d’imputazione di calunnia presero invece 10 anni i falsi pentiti Francesco Andriotta e Calogero Pulci che avevano fatto condannare sette innocenti.

I fatti contestati a Vincenzo Scarantino, il “re” dei falsi pentiti, noto per le sue tante versioni e ritrattazioni, finirono invece in prescrizione grazie alla concessione dell’attenuante prevista per chi viene indotto a commettere il reato da altre persone, cioè, secondo i magistrati, da quegli investigatori mossi da "un proposito criminoso”.

La Corte d’assise si riferisce al gruppo che si occupava delle stragi di mafia del 1992: meno di due mesi prima di Via D’Amelio c’era stata la strage di Capaci con la morte del giudice Giovanni Falcone, della moglie e di tre agenti della scorta. Il gruppo di investigatori in questione era guidato dal questore Arnaldo la Barbera, poi deceduto.

Perché il depistaggio: le ipotesi dei magistrati

Ma quali sarebbero le motivazioni dietro il depistaggio delle indagini su via D’Amelio? C’entra la scomparsa dell’agenda rossa di Borsellino, il diario del magistrato, dal luogo della mattanza?

Le ipotesi avanzate dalla Corte d’assise di Caltanissetta vanno dall’esigenza di tutelare fonti restate occulte, cosa che sarebbe "evidenziata dalla trasmissione ai finti collaboratori di giustizia di informazioni estranee al loro patrimonio conoscitivo ed in seguito rivelatesi oggettivamente rispondenti alla realtà" fino all'occultamento "della responsabilità di altri soggetti per la strage, nel quadro di una convergenza di interessi tra Cosa Nostra e altri centri di potere che percepivano come un pericolo l'opera del magistrato".

L’agenda rossa di Borsellino

Nelle motivazioni della sentenza si parla anche dell'agenda rossa di Borsellino: secondo la Corte d’assise di Caltanissetta il questore La Barbera avrebbe giocato un "ruolo fondamentale nella costruzione delle false collaborazioni con la giustizia ed è stato altresì intensamente coinvolto nella sparizione dell'agenda rossa, come è evidenziato dalla sua reazione, connotata da una inaudita aggressività, nei confronti di Lucia Borsellino, impegnata in una coraggiosa opera di ricerca della verità sulla morte del padre".

In merito alla richiesta di processo per i tre poliziotti da parte della procura di Caltanissetta, la data dell’udienza preliminare non è stata ancora fissata.

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