Madagascar: occupato il palazzo presidenziale, Ravalomanana resiste e lo scontro prosegue

madagascar war

In questo periodo di crisi mondiale e paure di recessioni, c'è un paese che è completamente "in tempesta", il Madagascar. Una guerra civile riscatenatasi dopo quella del 2001-02, che sta completamente devastando l'isola. Le parti in campo sono da una parte il presidente, Marc Ravalomanana, dall'altra il leader dell'opposizione, Andry Rajoelina, ex-deejay e sindaco di Antanarivo, deciso a scalzare il suo rivale e a prendere il controllo del Paese.

Si contano già centinaia di vittime, e le ultime notizie parlano di un presidente asserragliato nel palazzo e disposto persino alla morte. Quali sono le cause dello scontro? Il presidente Ravalomanana, fondatore del colosso alimentare locale Tiko e titolare della radio tv Malagasy Broadcasting System, è accusato di aver instaurato nel Paese una dittatura mascherata e di pensare più a gestire i propri affari che a migliorare le drammatiche condizioni di vita della popolazione.

Il presidente eletto con elezioni regolari sembra aver perso gran parte del consenso, nonostante abbia una maggioranza per governare, anche se ormai sembra non contare più all'interno del paese. La guerra non sembra avere ancora il suo vincitore, in quanto Ravalomanana non molla, contando anche sull'appoggio internazionale.

Ieri si è riunita d'urgenza il Consiglio pace e sicurezza dell’Unione Africana (UA), che si è concluso con un appello perché le parti in conflitto rispettino la Costituzione. Simile la posizione dell’Unione Europea, che attraverso la presidenza della Repubblica Ceca ha sostenuto di condannare “ogni azione violenta” e messo in guardia da qualsiasi “tentativo di colpo di stato”.

La crisi politica di Antananarivo si lega a doppio filo alle difficoltà della popolazione, alle prese con crisi economica e carovita; negli ultimi tre mesi l’aggravarsi del confronto politico si è intrecciato alla crisi sociale. E questa condizione è prossima a venire in tanti altri paesi africani ma non solo. Saranno sufficientemente stabili le tante e fragili democrazie per reggere l'urto della crisi sociale ed economica? Senza azioni radicali e concrete di chi governa a favore delle popolazioni e delle fasce più deboli le rivolte diventano quasi "fisiologiche".

immagine/Apcom.net

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