Mario Monti e la neolingua del pensiero unico e dei benpensanti da think tank

Mario Monti: «Accetto di essere designato capo della coalizione»

Cos'ha detto Mario Monti in conferenza stampa dopo il vertice? Abbiamo provato a riassumerlo dopo la diretta, semplificando i concetti. Ma quel che colpisce – non sorprende affatto, colpisce – è l'uso sistematico di una terminologia che possiamo tranquillamente definire la neolingua del Professore. Una neolingua che afferisce al mondo dei think tank, quei posti virtuali tipo Aspen Institute (virtuali finché non incidono realmente nella vita quotidiana, per dire) dove tutte le differenze sono bandite.

Le prove di questo atteggiamento si trovano nel discorso di Monti. Che esordisce dicendo: «Non abbiamo pensato di creare un partito», salvo poi annunciare che esisterà al Senato la lista Agenda Monti per l'Italia (e che la stessa lista è prevista anche nella coalizione alla Camera.

Poi ha spiegato che la sua iniziativa politica (in realtà ha sempre usato forme passive, tipo «E' stata chiesta la mia partecipazione» e cose del genere) non è a favore di un partito o contro un altro. Eppure, sarà a capo di una coalizione che, nei fatti, si schiera contro Bersani, contro Berlusconi, contro Grillo (Monti si è lasciata aperta una via con quel «Wait and see» a chi gli ha chiesto se sarebbe stato un potenziale premier anche qualora la sua lista fosse risultata alle elezioni il secondo partito).

Il capolavoro, però, è la frase con cui Monti ha di fatto annunciato che, pur non essendo candidato in alcun collegio (e non avendo intenzione di rinunciare all'«onore» fattogli da Napolitano con la nomina a Senatore a vita), sarà a capo della coalizione. Lo ha detto così:

«Accetterò di incoraggiare questo sforzo congiunto della politica responsabile e della società civile, accettando di essere designato come capo della coalizione»».


Anche i continui riferimenti alla società civile lasciano il tempo che trovano: dove sarebbe, questa società civile? In Italia Futura? Non pare proprio. Per convincersene, è sufficiente impegnare un po' del proprio tempo nella lettura della voce società civile sulla Treccani, oppure basarsi sull'esperienza comune. Dove sarebbe la partecipazione dal basso, nell'esperienza montiana? Dove l'associazionismo più semplice e vero? Dove i volontari, i sindacalisti, gli ambientalisti, i pacificisti? Dove tutti gli attivisti che si battono per i diritti civili?

Tutto l'eloquio montiano è volto a raccontare una realtà che non c'è: ci eravamo abituati alla neolingua berlusconiana e pidiellina, ora dobbiamo abituarci a quella bocconiana, che è perfetta per l'anomalia da stato d'eccezione nella quale è precipitata l'Italia. Un'anomalia che racconta bene Revelli su Micromega:

«È in Parlamento che dovrebbero nascere e finire i governi. Con un voto di fiducia nel primo caso. E con un voto di sfiducia nel secondo, quando la legislatura non sia giunta alla propria fine naturale». [...]

«Per la seconda volta nel giro di un anno si è consumata una soluzione extra-parlamentare. Il governo Monti finisce così come era incominciato: per un atto d'imperio del secondo ramo del potere esecutivo (quello costituzionalmente meno pregnante sul piano dell'indirizzo politico), nella marginalità del potere legislativo. E questa seconda volta senza neppure la possibile giustificazione dell'emergenza (il rischio di default, lo spread alle stelle, il crollo dell'Eurozona...) su cui motivare un qualche «stato d'eccezione». Come se l'eccezione fosse, in questi tredici mesi, diventata la regola».

E diventa regola anche negare la competizione politica che afferisce al normale vivere democratico: giustifica il modo in cui è nato ed è morto il governo Monti (il primo) e fa parte del belpensiero da think tank.

Nel mio «Croce rossa - Il lato oscuro della virtù», libro pubblicato per Aliberti Editore ormai parecchio tempo fa, mi occupavo proprio di questo belpensiero che, guarda un po', afferisce anche a quel settore terziario e a quell'associazionismo presenti e ostentatissimi nella "bibliografia-da-social-network" (leggasi: i following di Monti su Twitter), che sono perfetti per dire al prossimo: «Guarda, noi siamo giusti. Facciamo bene. Come puoi essere contro di noi? Noi non siamo contro nessuno, siamo a favore di tutti, vogliamo soltanto il bene collettivo» (esattamente quel che fa Monti quando chiama agenda il suo programma politico; quando non dice espressamente e in maniera lineare: sarò premier se la coalizione che appoggio e che mi appoggia vincerà le elezioni; quando presenta ogni sua decisione come l'unica decisione possibile). Scrivevo questo:

«Il pensiero unico dominante è il rischio più grande che deriva da questo ventennio di antipolitica: negare l'ideologia, proporre visioni comuni che riuniscano destra e sinistra, pare diventato un punto forte della comunicazione politica. Siamo tutti un po' uguali, un po' buoni, un po' cattivi. Sono tempi confusi. L'ideologia è morta, e ti accusano di ideologia quando non riescono a capire che hai idee» [...]

Il belpensiero, com'è ovvio, ha bisogno di veicoli per essere diffuso. E i veicoli ci sono eccome, e hanno tutti un volto buono, rassicurante, positivo: è il magico mondo dell'associazionismo non profit, che accomuna, in maniera bipartisan, una classe dirigente che dichiara di volere solo il bene del Paese. Le associazioni, dai nomi più disparati, dilagano e coinvolgono tutti».

Quelle parole (che erano descrittive di una serie di involucri di "pensatori", fra cui il già citato Aspen Institute) non potevano prevedere che tutto si sarebbe concretizzato con l'esperienza tecnocratica del Governo Monti, né che dopo quell'esperienza ce ne sarebbe stata un'altra. Adesso, con la conferenza stampa di oggi, il belpensiero si è concretizzato in soggetto politico e dopo aver riunito in una strana maggioranza tripartisan Pdl, Udc e Pd, adesso prova a fare il salto di qualità.

A conquistarsi cioè quel posto che fu della Dc (l'appoggio della Chiesa, così veemente e così tempestivo non è un caso), a parlare una lingua che finge di essere di tutti e a provare a governare (di nuovo) anche senza vincere.

In fondo, se siamo tutti uguali come dicono, anche un pareggio può bastare. Purtroppo.

Alberto Puliafito
@albertopi

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