Di Maio: "Serve una legge sull'editoria". La proposta è interessante, ma anche pericolosa

"Bisogna fare una legge per garantire che gli editori siano puri e i giornalisti liberi di fare inchieste su tutte le magagne dei prenditori"

I giornalisti in Italia sono "ignoranti o in malafede", oppure "entrambe le cose". Luigi Di Maio ha preso spunto dalla bufala che lo ha riguardato, diffusa questa mattina dalla quasi totalità dei giornali online italiani - meno noi, che abbiamo fin da subito offerto una lettura diversa - che è stata utilizzata, da alcuni, per ridicolizzarlo agli occhi dell'opinione pubblica. Partendo da questo episodio, Di Maio ha rispolverato uno dei cavalli di battaglia nella retorica dei 5 Stelle: fare una nuova legge sull'editoria.

Secondo Di Maio ci sarebbe in atto un'operazione di discredito nei suoi confronti e del Governo in generale, sulla base di un ordine ben preciso: "L'operazione di discredito verso questo governo continua senza sosta. Gli editori dei giornali hanno le mani in pasta ovunque nelle concessioni di Stato: autostrade, telecomunicazioni, energia, acqua. E l'ordine che è arrivato dai prenditori editori è di attaccare con ogni tipo di falsità e illazioni il MoVimento 5 Stelle. Questo non è più giornalismo libero".

E poi: "Siamo di fronte alla propaganda dell'establishment che si fonda anche su contributi pubblici mascherati come la pubblicità da parte dei concessionari di Stato (quanti soldi prende Repubblica dai Benetton per la pubblicità?). Bisogna fare una legge per garantire che gli editori siano puri e i giornalisti liberi di fare inchieste su tutte le magagne dei prenditori".

Sotto un certo punto di vista, Di Maio non ha torto. È verissimo che in Italia ci sono stati (e ci sono anche attualmente) gruppi ed imprenditori che investono nell'editoria - "investono" a perdere, dal punto di vista economico - allo scopo di avere in mano un megafono da utilizzare a loro piacimento. Allo stesso modo è vero che esistono giornalisti poco corretti, disposti a piegare i fatti per il tornaconto loro o del loro giornale. La P2, non a caso, ha fatto parte della storia di questo Paese e non è un mistero che, attraverso le manipolazioni della loggia massonica, si sono verificate delle pesanti ingerenze anche nel mondo dell'informazione; avvenute non solo per mano di giornalisti piduisti, ma anche sfruttando la buona fede di alcuni, stimolati o indirizzati a guardare in una direzione piuttosto che in un'altra.

Fatta questa premessa, il suo discorso è pericoloso e un po' miope. Adesso come adesso tutti possono sapere - se hanno la volontà di informarsi - a chi appartiene quel dato giornale o per chi lavori (o abbia lavorato) quel dato giornalista o direttore. Una cosa è sicura, però: i potenti non muteranno le loro abitudini in tal senso; continueranno ad interessarsi dell'editoria e al mondo dell'informazione e sicuramente, nel caso, inizieranno a farlo nascondendosi dietro "l'editore puro". A quel punto sarà ancora più complesso individuare le notizie attendibili.

Sostenere, però, che ci sia un disegno dietro il lavoro dei giornalisti è un'affermazione pesante, che andrebbe supportata con dei fatti. Qual è, infatti, il confine tra una scrupolosa e severa analisi critica del lavoro di un Governo e una campagna denigratoria? Non esiste "la verità" assoluta; uno stesso fatto può essere osservato e raccontato da due punti di vista differenti. Non parlo, ovviamente, del video di stamattina con protagonisti Emiliano e lo stesso Di Maio. Quella è spazzatura, senza alcun dubbio. Inseguire a tutti i costi il presunto modello del "giornalismo-verità" è solo utopico e rischia, seriamente, di limitare la libertà di espressione.

La politica, a differenza del passato, ha già le risorse per rispondere in modo efficace e diretto alla cattiva informazione. Di Maio, per esempio, l'ha fatto pubblicando un post sul blog del Movimento e la notizia ha iniziato a viaggiare, seguendo un percorso proprio rispetto a quello dell'informazione istituzionale, che in questi casi può solo limitarsi ad inseguire riportando quanto scritto.

Le informazioni, in questo momento storico, sono forse anche troppe e finiscono con il confondersi l'una con l'altra. Sicuramente viaggiano troppo velocemente e altrettanto certamente mettono in difficoltà le persone che vorrebbero informarsi. Andrebbe piuttosto trovato un modo per educare i cittadini a questa nuova realtà; insegnargli ad orientarsi, permettendogli di distinguere un fatto vero da una fake news. Alcune di queste, per esempio, hanno fatto anche il gioco dei partiti, soprattutto di quelli che hanno vinto le ultime elezioni. L'informazione è cambiata e non sarà "l'editore puro" a risolvere il problema. Anzi.

Per adesso ci limitiamo a segnalare queste criticità. Di Maio ha parlato genericamente di una proposta di legge, per la quale non esiste ancora un testo. Ci riserviamo di tornare sull'argomento quando questi propositi verranno meglio enucleati.

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