Rita Levi Montalcini è morta. Disse: «Sono atea», «Il corpo faccia quel che vuole, io non sono il corpo, sono la mente»

E' morta Rita Levi Montalcini.

Nata a Torino il 22 aprile 1909, neurologa, Premio Nobel per la medicina nel 1986, era anche senatrice a vita.

Si spegne dunque, a Roma, all'età di 103 anni, una delle più belle icone dell'Italia al femminile.

In Parlamento era membro della 7ª Commissione permanente (Istruzione pubblica, beni culturali) e membro della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani.

Era stata nominata senatrice a vita il 1° agosto del 2001 dall'allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.

In occasione dei suoi 100 anni di vita, intervistata da Wired, che le dedicò la copertina (riprodotta qui a lato), disse:

«Il corpo faccia quel che vuole, io non sono il corpo, io sono la mente».

Non volle farsi una famiglia e fu sempre anticonformista.

«Sono atea. Non so cosa si intenda per credere in Dio»

disse a Piergiorgio Odifreddi.

«L'umanità è fatta di uomini e donne e deve essere rappresentata da entrambi i sessi»

ha avuto modo di dire.


Ricercatrice, aveva vinto il premio Nobel per la Medicina nel 1986 per le sue ricerche sulle cellule cerebrali.

Nella sua autobiografia sul sito del premio si racconta così (la traduzione è del sottoscritto, ndR):

«Mia sorella gemella Paola ed io, siamo nate a Torino il 22 aprile 1909, ed eravamo le più giovani di quattro figli. Nostro padre era Adamo Levi, un ingegnere elettronico e matematico, e Adele Montalcini, una pittrice di talento e una persona squisita. Gino, nostro fratello maggiore, che è morto dodici anni fa per un attacco di cuore, era uno dei più noti arcitetti italiani e professore all'università di Torino. Nostra sorella Anna, più vecchia di cinque anni, vive a Torino con i suoi figli e i suoi nipoti. Fin dall'adolescenza è stata un'ammiratrice di una grande scrittrice svedese, Selma Lagerlöf: mi coinvolse così tanto in questa passione che decisi che sarei diventata una scrittrice, e che avrei scritto una saga italiana "alla Lagerlöf". Ma le cose sono andate in maniera diversa»

Il racconto prosegue con la descrizione di una famiglia felice e amorevole, con uno stile di vita che la Montalcini definisce addirittura "vittoriano":

«tutte le decisioni venivno prese dal capofamiglia, il padre e marito. Ci amava e aveva un grande rispetto per le donne, ma credeva che una carriera professionale avrebbe interferito con i doveri di una moglie e di una madre. Così decise che Anna, Paola e io non avremmo intrapreso studi che avessero aperto la possibilità a una carriera nel mondo del lavoro e non saremmo state iscritte all'Università»

Eppure, le giovani gemelle Levi non potevano adattarsi a questa decisione. Il racconto prosegue così:

«Paola mostrava fin da ragazzina uno straordinario talento artistico. La decisione di mio padre non le impedì di dedicarsi a tempo pieno alla pittura: diventò una delle più promettenti pittrici donne in Italia».

Quanto a Rita, di sé diceva:

«A vent'anni, realizzai che non avrei potuto adattarmi al ruolo femminile che voleva mio padre, e gli chiesi il permesso di dedicarmi alla carriera. In otto mesi colmai le mie lacune in greco, in latino e in matematica, mi diplomai ed entrai all'università».

Fu collega di Salvador Luria e di Renato Dulbecco, entrambi premiati col nobel per la fisiologia e la medicina: i tre erano stati tutti allievi di Giuseppe Levi, un grande istologo (padre di Natalia Ginzburg), cui la Montalcini si diceva «grata per una straordinaria preparazione nelle scienze biologiche, e per avermi insegnato l'approccio scientifico ai problemi in maniera molto rigorosa e in un periodo in cui quell'approccio era ancora poco sviluppato».

Si laureava in medicina summa cum laude nel 1936, poi iniziava una specializzazione in neurologia e psichiatria.

Nel '36 fu vittima del Manifesto per la Difesa della Razza e delle conseguenti leggi raziali: la Levi Montalcini migrò a Bruxelles, poi tornò a Torino quando il Belgio stava per essere invaso dalla Germania (era la primavra del 1940).

La sua famiglia decise di non migrare negli Stati Uniti e di tentare di mantenere il proprio tenore di vita in Italia: Rita si costruì una piccola unità di ricerca in camera da letto. Il suo vecchio professore divenne suo assistente mentre lei, ispirata da un articolo di Viktor Hamburger, tentava di comprendere il ruolo dei fattori genetici e dei fattori mbientali nella differenziazione dei centri nervosi.

La guerra la costrinse a scappare a Firenze con la famiglia; nel 1044 divenne medico presso il Quartier Generale anglo-americano, assegnata al campo dei rifugiati di guerra che provenivano dal Nord Italia. Alla fine del conflitto, proseguì la sua ricerca, divenne docente di Neurobiologia alla Washington University e fu protagonista di una straordinaria carriera.

Nel 1992 aveva fondato la Fondazione Levi-Montalcini Onlus, insieme alla sorella gemella Paola, in memoria del padre Adamo

«con il motto “Il futuro ai giovani” con lo scopo di favorire l’orientamento allo studio e al lavoro delle nuove generazioni, diventata operativa nel novembre dello stesso anno. Nel gennaio 2001 come proposto e approvato dai membri del Consiglio di Amministrazione, si sono apportate delle importanti modifiche allo Statuto della Fondazione con la nuova denominazione “Fondazione Rita Levi-Montalcini Onlus”. I motivi per perseguire determinati scopi, sono basati sulla consapevolezza che è mandatario venire in aiuto alle donne di paesi dove si lotta ogni giorno per la sopravvivenza».


Il cordoglio dei politici

17.54: i politici tutti esprimono il proprio cordoglio per la scomparsa della ricercatrice. Arriva anche il comunicato sul sito ufficiale del Governo da parte di Mario Monti.


    «Voglio ricordarela ricercatrice che con il Premio Nobel del 1986 ha dato lustro al nostro Paese e alla ricerca scientifica. Ma soprattutto voglio ricordare l’esempio di una donna carismatica e tenace, che ha dato battaglia per tutta la vita per difendere i valori in cui credeva”. Il Presidente ha rievocato gli anni all’estero della senatrice, l’impegno di medico a fianco dei militari e l’attività della Fondazione da lei creata per dare ai giovani, soprattutto di sesso femminile, l’opportunità di formarsi e dare vita a una classe di donne in grado di svolgere un ruolo centrale nella vita scientifica e sociale del proprio paese. “L’umanità è fatta di uomini e donne e deve essere rappresentata da entrambi i sessi”: riportando alla memoria le parole celebri di Rita Levi Montalcini il Presidente ha auspicato che l’esempio di questa donna coraggiosa resti vivo nella memoria di tutti gli italiani».

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