Primarie PD: tutti con Minniti per l'autodistruzione

Circa il 60% dei parlamentari del PD è pronto a sostenere Minniti nella corsa alla segreteria

Il Partito Democratico continua a lavorare per autodistruggersi. Domenica scorsa Minniti ha sciolto le riserve ed ha deciso di annunciare ufficialmente la sua candidatura, vantando l'aperto sostegno di 550 Sindaci del suo partito, che hanno deciso di firmare un appello per chiedergli di fare questo passo. Anche nei gruppi parlamentari di Camera e Senato il sostegno nei suoi confronti è forte; pare che alla fine sarà il 60% dei 162 parlamentari a schierarsi ufficialmente dalla sua parte.

Una cosa sembra chiara ancora una volta: questa classe dirigente ha perso totalmente il contatto con la realtà; non ha il polso della situazione, ma compensa questa mancanza con una grande dose di presunzione. Marco Minniti è persona degnissima, ma è anche l'uomo giusto per scrivere la parola fine per lo stesso partito. Appoggiando Minniti, un ministro che ha contribuito ad allontanare l'elettorato di sinistra, qual è il messaggio che il partito vorrebbe mandare? Lo stesso degli ultimi 8 mesi: rivendicare con orgoglio il lavoro fatto nei 5 anni di Governo.

E, intendiamoci, non ci sarebbe nulla di male; sono convinti di aver lavorato bene e pensano che il Paese debba continuare su quel percorso. Prima delle ultime elezioni politiche - ed anche dopo le elezioni - i vertici del Pd si sono chiusi a riccio, facendo pochissima (quasi nessuna) autocritica. E non c'è da stupirsi perché l'ex segretario Matteo Renzi ha definitivamente rotto i rapporti con la base del partito - compresa quella che ha votato ancora una volta per il PD, soprattutto per mancanza di alternative - impedendo lo svolgimento di trasparenti primarie prima delle politiche.

In questo modo si è assicurato l'opportunità di veder eletti i candidati a lui graditi e fedeli, lasciando alle minoranze interne qualche briciola. D'altra parte Renzi l'ha detto più volte: il Pd ha perso consenso a causa delle discussioni interne e a causa delle 'fakenews' che avrebbero fatto un danno d'immagine al suo Governo e a quello di Gentiloni. L'ex Premier fiorentino si è anche rimproverato di "non aver rinnovato abbastanza, soprattutto al Sud"; cioè si è rimproverato di aver lasciato qualche riserva indiana di troppo ai suoi oppositori.

In realtà Renzi non vuole capire - anzi, fa finta di non capire - che i 5 anni di Governo del Pd non sono piaciuti a molti elettori che hanno votato il centrosinistra nel 2013 - la maggioranza nel Paese all'epoca - perché ha attuato un programma politico ben diverso da quello promesso. E fa anche finta di non capire che le primarie rappresentavano un potente vaccino alla perdita del consenso, che avrebbe permesso agli iscritti di eleggere nuovi e - soprattutto - diversi rappresentanti, che avrebbero inevitabilmente rigenerato il partito. Il PD è nato per essere "scalabile". Lui stesso l'ha scalato; poi, una volta salito a bordo, ha preferito far cadere la scala sulla testa degli iscritti per tentare di restare al timone.

Sicuramente la maggioranza degli attuali elettori del Partito Democratico vede in Matteo Renzi il leader ideale, ma è altrettanto vero che questa maggioranza è una netta minoranza nel Paese. Quando il Partito Democratico è stato fondato si è voluto mettere al centro il partito stesso, lasciando che fossero gli elettori a decidere di volta in volta che direzione dare. Eliminando le primarie Renzi ha invece difeso la sua stessa leadership, già ampiamente minata dagli annunci che hanno personalizzato la campagna referendaria del 2016, che hanno ottenuto solo lo scopo di far compattare (e crescere) il fronte disomogeneo del 'No'.

Adesso il PD si schiera compatto a sostegno di Minniti, un ex Ministro che - è bene ricordarlo - siede in questo parlamento solo perché è stato ripescato con il proporzionale. Un ex Ministro che è arrivato terzo nel suo collegio a Pesaro (Minniti è calabrese e prima era sempre stato eletto in Calabria), alle spalle del deputato fantasma Andrea Cecconi, già espulso prima delle elezioni dal M5S, e alle spalle della candidata di centrodestra Anna Maria Bezziccheri. Siamo sicuri che, facendo le primarie, ed eventualmente scegliendo un candidato diverso da Minniti, in quel collegio le cose sarebbero andate esattamente allo stesso modo?

Oltretutto, stando agli ultimi sondaggi, Minniti non sarebbe neanche il candidato preferito per l'attuale base del partito, ma sarebbe 2 punti dietro a Zingaretti che tra i parlamentari è nettamente meno popolare. Al momento solo il 24% degli iscritti vedrebbe in Minniti l'uomo giusto per guidare il partito, mentre contemporaneamente è decisamente molto più apprezzato dalla cosiddetta classe dirigente.

Sarebbe questo il candidato che servirebbe al PD? La sensazione è sempre più forte: il Pd si sta apprestando ad eleggere il suo ultimo segretario. Dopo le Europee in tanti faranno i bagagli per fuggire via, su tutti lo stesso Matteo Renzi che adesso è pronto ad appoggiare Minniti - possibilmente senza endorsement ufficiali - insieme ai suoi. Minniti, per molti renziani, è solo carne da macello; rappresenta solo il trampolino per ripartire con un partito tutto nuovo. E così, finalmente, perdere di nuovo.

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