The Guardian: ecco come Salvini e Di Maio hanno conquistato il potere usando Facebook

Il noto media britannico lo spiega attraverso i dati di una ricerca del MediaLab di Pisa.

The Guardian ha pubblicato oggi un post basato su dati che ha avuto in anteprima dal MediaLab dell'Università di Pisa e dall'Università di Milano che ha seguito gli account sui social media dei sei principali leader di partito che hanno concorso alle elezioni del 4 marzo 2018. I dati sono relativi ai due mesi precedenti al voto, ma il media britannico ha intervistato docenti ed esperti anche per capire il comportamento di Matteo Salvini e Luigi Di Maio dopo le elezioni, quando sono diventati ministri e vicepremier.

Partiamo dai dati del MediaLab di Pisa. Dal 1° gennaio al 3 marzo 2018 i leader di partito hanno ottenuto questi numeri di like e condivisioni:
- Luigi Di Maio 7,8 milioni
- Matteo Salvini 7,8 milioni
- Giorgia Meloni 2,6 milioni
- Matteo Renzi 1,5 milioni
- Silvio Berlusconi 0,9 milioni
- Pietro Grasso 0,3 milioni

The Guardian - Salvini e Di Maio e il potere su Facebook

Non c'è dubbio che Salvini e Di Maio non abbiano rivali in quanto a engagement su Facebook. Secondo uno dei docenti coinvolti nella ricerca, il Prof. Giampiero Mazzoleni dell'Università di Milano, era normale che i politici populisti sfruttassero i social media, soprattutto durante la fase di ascesa dei loro movimenti, quando dovevano faticare per avere l'attenzione delle emittenti televisive e dei giornali, ossia dei media mainstream. Mazzoleni dice:

"È possibile parlare alle viscere della gente sui social media molto di più di quanto si può fare attraverso i grandi media"

E Salvini, con i suoi 3,4 milioni di follower, è il politico europeo con più pubblico social in assoluto e di conseguenza anche quello che ottiene più like e condivisioni dei suoi contenuti video e delle dirette streaming che fa molto spesso. The Guardian sottolinea anche come Salvini abbia intensificato il suo uso dei social da quando è diventato ministro, "usando la piattaforma per sfruttare le tensioni sull'immigrazione, pubblicando le 'liste di odio' dei suoi nemici e fornendo agli italiani un commento sulla sua vita personale e famigliare".

Il giornale britannico fa anche notare che Salvini è stato capace di sfruttare la frustrazione della gente con video come quello girato davanti a un centro di accoglienza, dicendo che i migranti pretendevano più soldi e di vedere le partite di calcio su Sky e sottolineando come a pagare per loro fossero gli italiani.

Il dott. Paolo Gerbaudo del King's College di Londra ha detto:

"Salvini fa dirette streaming quasi ogni giorno, dai tetti dei condomini o dalle strane nelle aree urbane, tenendo lui stesso lo smartphone, come farebbe chiunque altro, e questo contribuisce a creare un senso di autenticità"

I post di Di Maio contro i media e il "sistema"


m5s rendicontazioni rmiborsi

Per quanto riguarda i post di Luigi Di Maio, hanno lo stesso fervore di quelli di Salvini, ma toccano tematiche diverse. Infatti Salvini si concentra soprattutto sul tema dell'immigrazione, mentre Di Maio, durante la campagna elettorale, si è scagliato soprattutto contro la copertura mediatica negativa e la corruzione politica e sono stati ampiamente condivisi da una base di elettori del M5S giovani, fedeli e molto attivi su internet.

The Guardian sottolinea anche come l'attenzione catturata da Di Maio su Facebook sia il frutto di un approccio strategico del M5S, che fin dall'inizio si è definito come un partito della rete e non a caso il movimento è nato proprio partendo dal sito di Beppe Grillo, il suo fondatore.

Anche Di Maio ha continuato a fare dirette Facebook quotidiane dopo le elezioni, spesso con delle "uscite" che si sono poi rivelate esagerate. Basti pensare a quando ha chiesto la messa in stato d'accusa del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella...

Gli avversari: la torta di Renzi e i like di Giorgia Meloni


Il post di Matteo Renzi con più engagement

Per quanto riguarda gli avversari, come si è visto dai dati che abbiamo riportato all'inizio del post, subito dietro Di Maio e Salvini c'è Giorgia Meloni, che ha ottenuto 2,6 milioni di like e condivisioni, perché anche lei è una che parla alla "pancia" della gente e sfrutta temi "caldi" come l'immigrazione, proprio come fa Salvini.

Malissimo se la sono cavata, invece, i leader più anziani come Silvio Berlusconi e Pietro Grasso. Male anche un coetaneo di Salvini, ossia Matteo Renzi, ex Premier, che durante l'ultima campagna elettorale ha avuto un engagement social di 1,5 milioni soltanto. The Guardian ha fatto notare che Renzi ha usato molto "testo" e poche immagini e video, rispetto ai suoi avversari "vincenti" Salvini e Di Maio.

Non a caso il post di Renzi che ha ottenuto più engagement (64mila tra like e condivisioni) e che è entrato nella top 25 dei post di politici più apprezzati è una banalissima foto di una torta di compleanno che la sua famiglia gli aveva preparato dopo una giornata di campagna elettorale. Renzi aveva scritto "Torno a casa dopo aver registrato Porta a Porta con ancora in testa le domande e le risposte e trovo la tavola apparecchiata così dai miei. Che bello: la vita è più grande della politica! Intanto ridendo e scherzando siamo già a 43 anni e qualche capello bianco. Ma il meglio deve ancora venire, no? Un abbraccio a tutti".

I social media e le proteste


Secondo molti politologi i social media incoraggiano il populismo e i movimenti di protesta. In Brasile e in India, per esempio, WhatsApp ha permesso la diffusione di fake news, mentre in Francia il movimento anti-establishment dei Gilet Gialli è stato guidato proprio attraverso Facebook.

Alcuni ricercatori sostengono che il nuovo algoritmo usato da Facebook per combattere le fake news ha penalizzato le notizie e ha invece avuto come conseguenza non intenzionale quella di alimentare le proteste. Olivier Ertzscheid, ricercatore all'Università di Nantes, ha fatto notare che Mark Zuckerberg, con il cambio di algoritmo, sperava di creare una nuova infrastruttura sociale capace di avvicinare le persone ai politici eletti e consentire ai cittadini di essere più coinvolti nelle decisioni politiche. Ebbene, il movimento dei Gilet Gialli dimostra che, di fatto, aveva ragione, ma non poteva prevedere come questa partecipazione si sarebbe manifestata, ossia con proteste che, da Facebook, sono poi passate alla vita reale creando il caos e anche un'ondata di violenza.

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