Clausole di salvaguardia governo Conte: la scommessa sul pagherò più grande di sempre (Video)

Clausola di salvaguardia 2019 e aumento dell’Iva. Si o no? Il vicepremier Luigi Di Maio assicura che dopo aver disinnescato l’incremento dell’imposta sul valore aggiunto per l'anno prossimo, il governo farà altrettanto nel 2020 e nel 2021, sterilizzando anche per quel biennio le clausole di salvaguardia sul bilancio.

Lo strumento di tassazione nascosta, così denunciavano Lega e M5s prima di andare al governo, viene impiegato quindi inevitabilmente anche dall’esecutivo del cambiamento per evitare la procedura d’infrazione Ue sulla manovra di bilancio 2019.

Aumentare l’Iva intermedia e standard, oggi rispettivamente al 10 e al 22%, anche solo di un punto deprimerebbe i consumi bloccando una ripresa ancora flebile. Da qui al 2021, in caso di non sterilizzazione delle clausole, l’Iva intermedia arriverebbe al 13% e quella standard almeno al 25%. Ma cosa sono le clausole di salvaguardia e a cosa servono?

Clausola di salvaguardia bilancio: cos'è e come funziona

La clausola di salvaguardia, in sintesi e semplificando, è un pagherò, una cambiale, che lo Stato si impegna a saldare entro un termine prefissato, spalmato nell’arco di un triennio. Finanziando una manovra in deficit, quei soldi che non ci sono dovranno essere recuperati negli anni successivi.

Se entro la scadenza stabilita il governo non riesce a ridurre la spesa o ad aumentare le entrate pubbliche per lo stesso ammontare delle risorse stanziate "a debito", scattano in automatico e per legge le clausole che si traducono in un aumento dell’Iva e delle accise sui carburanti.

Le clausole di salvaguardia garantiscono, salvaguardano appunto, i saldi di bilancio, i saldi di finanza pubblica, sulla base delle regole stabilite dall’Ue per i paesi membri. Con le clausole di salvaguardia l’Italia ha una sorta di paracadute per rispettare i vincoli di bilancio comunitari, paracadute che si chiama aumento dell’Iva e che se si apre salva sì i conti pubblici ma fa seri danni all’economia reale.

Le clausole di salvaguardia del bilancio servono ad assicurare il rispetto dei vincoli europei da parte del governo, con l’obiettivo finale di ridurre il nostro enorme debito pubblico. Qualora l’esecutivo, dopo aver varato una manovra in deficit, non raggiungesse gli obiettivi di crescita prefissati e incassasse meno del previsto, l’anno successivo scatterebbero le clausole.

Proprio per evitare che vengano meno le coperture per spese effettuate o comunque previste, le clausole di salvaguardia prevedono lo scatto automatico degli aumenti. Se il governo finanzia la manovra con una clausola di salvaguardia 2019 pari ad esempio a 10 miliardi, l’anno successivo deve impegnarsi a trovare quelle risorse, altrimenti scattano gli aumenti automatici di Iva e accise.

La vera storia delle clausole di salvaguardia

La storia delle clausole di salvaguardia comincia nel 2011, da allora ogni anno il governo in carica deve fare i conti con la loro sterilizzazione per evitare l’aumento dell’Iva. Sotto i colpi dei mercati e con lo spread alle stelle nell’estate del 2011 l’ultimo governo Berlusconi, che sarebbe poi caduto a novembre, vara la cosiddetta manovra di ferragosto che stabilì l’aumento dell’aliquota Iva standard dal 20 al 21%, per un maggiore gettito di 4,9 miliardi nel biennio 2011-2012.

Nella manovra ferragostana venne inserita per la prima volta la dicitura clausola di salvaguardia. Nel momento in cui il governo entro il 30 settembre 2012 non avesse reperito 20 miliardi, tramite la razionalizzazione delle spese per il Welfare, quei soldi sarebbero stati trovati o tagliando le agevolazioni fiscali o aumentando le imposte indirette, come l’Iva e le accise sui carburanti.

Il governo Monti, succeduto al Berlusconi quater, vara il decreto Salva-Italia e blinda la clausola di salvaguardia prevista dall’esecutivo precedente stabilendo un aumento dell’Iva da ottobre 2012 (dal 10 al 12% per l’intermedia e dal 21 al 23% per l’ordinaria per arrivare nel 2014 al 12,5% e al 23,5%), misura poi posticipata, per evitarne gli effetti recessivi, all’1 luglio 2013. La legge di stabilità per il 2013 però riesce a sterilizzare tutti gli incrementi.

Il governo Letta, nato quell’anno con la nuova legislatura, inizialmente sostenuto anche da Berlusconi, è però costretto ad aumentare l’aliquota Iva ordinaria, al 22%. Dei 20 miliardi lasciati in eredità da Berlusconi ben 13,4 vengono disinnescati dal governo Monti che riesce a non far scattare le clausole e a non lasciarne di nuove al successivo governo Letta che dopo aver coperto i quasi 7 miliardi ereditati dal governo Berlusconi, ha dovuto predisporre a sua volta clausole di salvaguardia per altri 20 miliardi per il triennio 2015-2017 (3 miliardi nel 2015, 7 nel 2016 e 10 mld nel 2017).

Al governo Letta a febbraio 2014 subentra il governo Renzi che nel 2015 riesce a disinnescare le clausole per quell’anno, tagliandole di 3 miliardi negli anni successivi, stabilendo al contempo però (per sostenere le misure in manovra) l’aumento automatico delle aliquote Iva e delle accise. Aumento di 12,8 miliardi nel 2016, 19,2 miliardi nel 2017 e 22 mld nel 2018.

Alla fine l’ultima manovra del governo Renzi, quella 2017, riesce ad evitare l’aumento di Iva e accise per 15,3 miliardi, lasciando però nel 2018 al governo Gentiloni una "cambiale" da 19,5 miliardi, risorse da reperire per evitare l’aumento dal 10 all’11,5% dell’aliquota Iva ridotta e dal 22 al 25% dell’aliquota Iva ordinaria (aumenti che valevano appunto 19,5 miliardi).

Il governo Gentiloni con la manovrina di fine aprile 2017 recupera 3,8 miliardi, poi con il decreto fiscale allegato alla manovra 2018 racimola altri 840 milioni, che gli permettono di evitare l’aumento dell’Iva ridotta, e ne trova altri 340 per non far partire l'aumento delle accise nel 2019. La legge di Bilancio 2018 del governo Gentiloni ha sterilizzato l’aumento dell’Iva per quell’anno trovando risorse per quasi 15 miliardi e reperendo altri 6 miliardi per la parziale sterilizzazione 2019, lasciando al governo Conte un debito di circa 12,4 miliardi.

Clausola di salvaguardia 2019, 2020 e 2021

Governo Conte che ha stabilito 9,4 miliardi di clausole di salvaguardia per il 2019 più 13,2 miliardi per la prossima legge di bilancio. Per sterilizzare l’aumento dell’Iva servirebbero secondo gli ultimi calcoli circa 23 miliardi entro il 2020 e quasi 29 miliardi nel 2021, a causa della quota restante delle clausole precedenti, con l’aliquota ordinaria Iva che se scattassero gli aumenti potrebbe arrivare addirittura al 26,5%.

In tutto fanno più di 50 miliardi nel triennio 2019-2021. Ecco perché a conti fatti la clausola di salvaguardia del governo Conte rischia di essere la scommessa sul pagherò più grande di sempre da quando le clausole esistono, dal 2011. La scommessa più grande anche per ragioni politiche, sia perché la Commissione Ue è sempre pronta a far scattare la procedura d’infrazione se l’Italia non rispettasse i patti, sia perché il governo gialloverde, dopo aver più volte detto che non scatteranno aumenti Iva da qui al 2021, sulla questione clausole si gioca la faccia.

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