Manovra: il 9 gennaio l'esame della Consulta. Cosa valuterà?

Il 9 gennaio prossimo verrà valutata l'ammissibilità del ricorso presentato dai senatori del Pd per la presunta violazione dell'articolo 72 della Costituzione

Questa mattina i senatori del PD hanno depositato il ricorso alla Corte Costituzionale per il presunto conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato nell'iter di approvazione della legge di bilancio. Il Presidente della Corte, Giorgio Lattanzi, ha disposto che l'esame di ammissibilità venga trattato il prossimo 9 gennaio, indicando come relatrice Marta Cartabia, vicepresidente della Consulta, nominata nel 2011 dal Presidente Giorgio Napolitano.

Il Partito Democratico ha sollevato il conflitto di attribuzione perché il testo del maxi emendamento, figlio delle trattative con Bruxelles - approvato al Senato intorno alle 3 del mattino del 23 dicembre - non è stato oggetto di esame in commissione. I senatori hanno potuto solo limitarsi a votare o meno la fiducia posta dal Governo su un testo reso disponibile solo 5 ore prima del voto in aula.

Si tratta di una pratica oggettivamente scorretta e mai vista prima, che ha totalmente esautorato il Senato. Il comma 1 dell'art. 72 della Costituzione è chiarissimo: "Ogni disegno di legge, presentato ad una Camera è, secondo le norme del suo regolamento, esaminato da una Commissione e poi dalla Camera stessa, che l'approva articolo per articolo e con votazione finale". In questo caso la fase dell'esame è stata totalmente ignorata perché ai senatori è stato solo concesso di dire 'si' o 'no' senza aver avuto modo e tempo per analizzare il testo.

Il problema, in questa vicenda, non riguarda la questione di fiducia posta dal Governo sulla legge di bilancio, che non sana in alcun modo il conflitto. Un po' tutti i Governi l'hanno fatto e lo faranno. Il problema, infatti, sono i modi. Mai prima d'ora era stata saltata la fase di analisi e voto in commissione, neanche quando alle camere è stato chiesto di votare un maxi emendamento come avvenuto in questo caso; il testo, infatti, è sempre stato votato prima in commissione. Questo passaggio avrebbe non solo consentito di esaminare il testo come prescritto dalla Costituzione, ma avrebbe anche permesso ai senatori di avere il tempo materiale per leggerlo e, di conseguenza, decidere come e se votare, perché - è giusto ricordarlo - i parlamentari rappresentano la Nazione devono esercitare le proprie funzioni senza alcun vincolo di mandato (art. 67 Cost.).

In questo caso, anche chi ha votato a favore, non ha realisticamente avuto neanche il tempo di leggere le 192 pagine del testo - non esattamente scorrevoli, bensì complesse e ricche di richiami ad altre leggi, articoli e commi - ma si è solo potuto limitare a votare a scatola chiusa fidandosi esclusivamente del parere del Governo. Come sosteneva saggiamente Luigi Einaudi, "bisogna conoscere per deliberare". In questo caso il Governo si è sostituito al parlamento, evocando a sé nei fatti la funziona legislativa, che invece deve essere esercitata dalle due camere (art. 70 Cost.).

Non voglio, ovviamente, sostituirmi alla vicepresidente Marta Cartabia - il cui compito è quantomai gravoso - ma a parer di logica il ricorso alla Corte Costituzionale è ammissibile. Difficile immaginare i possibili scenari perché si tratta di un fatto inedito nella storia della nostra Repubblica, che potrebbe avere conseguenze molto gravi sotto diversi aspetti.

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