Cucchi, pm: "L’ex ministro Alfano indotto a dichiarare il falso"

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Dalle carte del processo per la morte di Stefano Cucchi emerge che l'attività di depistaggio da parte dei carabinieri indagati sarebbe stata così pervasiva che addirittura l’ex ministro dell'Interno Angelino Alfano fu indotto inconsapevolmente "a riferire il falso su atti falsi”.

Così si è espresso oggi il pm Giovanni Musarò depositando gli atti in apertura dell'udienza a carico dei cinque carabinieri alla sbarra per il decesso del geometra romano di 31 anni, arrestato per droga il 15 ottobre 2009 e morto, pieno di tumefazioni e lividi su tutto il corpo, una settimana dopo in regime di custodia cautelare in un letto del reparto penitenziario del Pertini di Roma.

Musarò: le fasi del "depistaggio" sulla morte di Stefano

Secondo il pm: "Si è giocata una partita truccata, con carte segnate. Una partita giocata sulle spalle di una famiglia". Per Musarò il depistaggio sulla morte di Cucchi iniziò il 26 ottobre 2009 dopo che un lancio Ansa informava che Stefano Cucchi al momento dell'arresto stava bene non aveva segni di percosse in faccia, botte ben visibili invece il giorno dopo nel processo per direttissima.

"A partire dal 26 ottobre del 2009 iniziano a pullulare richieste di annotazioni su ordine della scala gerarchica dell'Arma, comprese quelle false e quelle dettate. Cosa successe quel giorno? Il lancio di agenzia delle 15:38 scatena un putiferio. Dal Comando generale dell'Arma partono richieste urgentissime di chiarimenti. E tutte queste annotazioni non servivano al pm ma all'allora ministro della Giustizia Angelino Alfano che avrebbe dovuto rispondere al question time alla Camera" ha detto Musarò per poi aggiungere che "il ministro, per paradosso, si limitò a riferire il falso su atti falsi".

Il question time di Alfano sul caso Cucchi

Musarò ha spiegato che "Alfano nel corso del question time disse, tra l'altro, che Cucchi era stato collaborativo al momento dell'arresto, omettendo ogni passaggio presso la compagnia Casilina e che era già in condizioni fisiche debilitate quando venne fermato. Da qui parte una difesa a spada tratta dell'Arma e si traduce in una implicita accusa nei confronti degli agenti di polizia penitenziaria che avevano preso Cucchi in custodia per il processo".

Il pubblico ministero ha ricordato che in quell’istante "il fascicolo dei pm Barba e Loy era contro ignoti ma per un gioco del destino il 3 novembre del 2009, quando Alfano ha finito di rispondere all'interrogazione, nel pomeriggio compare davanti ai magistrati il detenuto gambiano Samura Yaya che riferisce di aver sentito nelle camere di sicurezza del tribunale una caduta di Cucchi. Dichiarazione che è stata ritenuta inattendibile con sentenza definitiva".

Conclusioni già prima della nomina dei medici

Inoltre, sempre secondo la ricostruzione del pm: "Negli atti interni dell'Arma dei carabinieri che risalgono al periodo compreso tra l'ottobre e l'inizio novembre del 2009 compaiono già le conclusioni a cui sarebbero giunti i medici legali nominati dalla Procura sei mesi dopo". Conclusioni che indicavano quali "responsabili del decesso solo i medici”. Una circostanza “inquietante" sottolinea Musarò.

Soprattutto alla luce del fatto che: "Già in quegli atti si affermava che non c'era un nesso di causalità tra le botte e la morte di Cucchi, che una delle fratture era risalente nel tempo e che i responsabili del decesso erano solo i medici. Tutto ciò era stato scritto non solo quando i consulenti erano ben lontani dal concludere il loro lavoro ma quando la procura doveva ancora nominarli. Ciò lascia sconcertati".

Una verità preconfezionata così accuratamente, ha spiegato il pm, da trarre in inganno persino l’ex capo del Viminale Angelino Alfano, inconsapevolmente indotto con atti falsi a riferire il falso.

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