Bersani contro Monti, colpi di fioretto o colpi di cannone?

Non è certo uno spettacolo che vale il costo del… biglietto, quello che offre questa campagna elettorale, con di nuovo al centro Silvio Berlusconi, le sue promesse di sempre, riverniciate e rimasticate. Questo passa il convento. E stasera nello studio di “Servizio pubblico” di Michele Santoro va in scena la scena delle scene, con lo show del Cav, forse con una fuga in diretta studiata nei particolari, ad uso e consumo degli italici gonzi televisivi.

Nessuno dei leader in lizza si discosta dal solito refrain, riproponendo di fatto la minestra riscaldata del 1996 e poi riciclata nel 2006. Siamo al riciclo dell’aria fritta: invece di presentare proposte concrete per schiodare il Paese dalla crisi i leader si rincorrono in una corsa a chi promette di più. Un esempio? Si tace – o si ironizza - sul debito pubblico e sullo spread, come fossero appendici di nessun conto per gli italiani in carne e ossa. Nessuno dice che nel 2011, solo per pagare gli interessi sul debito pubblico, ogni famiglia italiana ha dovuto sborsare mediamente 257 euro al mese, l’11% in più dell’anno prima, cioè oltre 3 mila euro l’anno, dieci volte di più dell’Imu (in media 300 euro). Capito?

Ecco perché ha torto Bersani a strattonare Monti per la giacca chiedendogli “da che parte sta” e “contro chi sta” e ha ragione il Prof a non concentrarsi (per ora) sulle alleanze) prima di non aver definito programmi di governo e capire bene che cosa fare dopo il voto e con chi farlo. Negli ultimissimi giorni Bersani appare più nervoso e meno sicuro dei sondaggi che danno ancora il Pd ben oltre il 30%.

Non solo Berlusconi mantiene le sue promesse occupando gli spazi televisivi e mediatici di ogni tipo sulla base di una strategia di tipo “militare” (ma è tutto da dimostrare che ciò paghi elettoralmente). Ma indubbiamente anche l’impostazione (alla Orazi e Curiazi) di Monti toglie il sonno al segretario del Pidì.

Il nodo del Senato o viene sciolto insieme da Bersani e Monti, o entrambi possono rimanerne strozzati. Si allontana la possibilità per il Pd di avere una maggioranza autosufficiente a Palazzo Madama e quindi la certezza per Bersani di andare dritto dritto a Palazzo Chigi. Da ciò deriva la sempre più aspra contesa fra i due (ex) alleati, con Bersani “costretto” a spostare sempre di più il tiro contro Monti e con il Prof “costretto” a rispondere colpo su colpo.

Bersani sa bene che senza l’alleanza post voto con il partito centrista del loden non può far fruttare il bottino pidì previsto alle urne. Ma – con un Monti così “super partes” – il segretario Pd non è in grado di quantificare il costo dell’operazione. Un costo certamente salato per Pier Luigi, che può significare anche l’addio della poltrona di Palazzo Chigi. L’alternativa? Il caos. O peggio, il Cav.

Foto | Tm News

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