Trattativa Stato-mafia: rinviati a giudizio Dell'Utri, Mancino e Mannino


Sono 11 i rinvii a giudizio chiesti dal pm Nino Di Matteo al termine della requisitoria nell'udienza premilinare sulla trattativa tra Stato e mafia negli anni delle stragi 1992-93, e a questi 11 si aggiunge anche il nome di Bernardo Provenzano, la cui posizione è stata stralciata. Confermata quindi la richiesta già avanzata dalla procura di Palermo a luglio. Tra i rinviati a giudizio, oltre ai 4 mafiosi Totò Riina, Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca e Antonino Cinà, ai 3 ufficiali dei carabinieri Mario Mori, Giuseppe De Donno e Antonio Subranni, e a Massimo Ciancimino ci sono Calogero Mannino, ex ministro democristiano e oggi parlamentare del gruppo Misto, Marcello Dell'Utri e l'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino.

L'inchiesta parte dal presupposto secondo cui all'indomani della strage di Capaci settori delle istituzioni intavolarono una trattativa con Cosa Nostra per arrivare a un "cessate il fuoco" in cambio di un ammorbidimento della lotta alla mafia. La conferma, secondo i pm, arriverebbe tra l'altro dalla decisione del ministro della Giustizia Conso di revocare il 41bis per i boss mafiosi nel 1993. Nell'ambito dell'inchiesta i capi di imputazione sono diversi: Nicola Mancino, ad esempio, è accusato di falsa testimonianza per i numerosi "non ricordo" e le contraddizioni durante le deposizioni al processo, mentre Calogero Mannino invece è accusato di violenza o minaccia a Corpo politico dello Stato, per le pressioni esercitate sulle istituzioni in relazione al 41 bis. Mannino ha chiesto di essere giudicato col rito abbreviato.

Ma mentre l'inchiesta palermitana va avanti – anche se bisogna dire che l'impianto accusatorio è ancora piuttosto labile, e i capi di imputazione lo dimostrano – proprio ieri la Commissione Antimafia ha illustrato per bocca del suo presidente Giuseppe Pisanu i risultati dell'inchiesta parlamentare sulla trattativa. Inchiesta che di fatto nega l'esistenza della trattativa così come viene intesa e che assolve in blocco tutti i vertici delle istituzioni.

Secondo la relazione di Pisanu:

Rimane il sospetto che dopo l'uccisione dell'onorevole Lima, uomini politici siciliani, minacciati di morte, si siano attivati per indurre Cosa nostra a desistere dai suoi propositi in cambio di concessioni da parte dello Stato. Sembra logico parlare, più che di una trattativa sul 41bis, di una tacita e parziale intesa tra parti in conflitto

Quindi non una trattativa ma un'intesa che coinvolse uomini dello Stato "privi di mandato politico", mentre i vertici (cioè il capo dello Stato Scalfaro e i presidenti del Consiglio Amato e Ciampi) "hanno sempre affermato di non aver mai neppure sentito parlare di trattativa. Penso che non possiamo mettere in dubbio la loro parola e la loro fedeltà a Costituzione e a Stato di diritto". La relazione è stata duramente contestata non solo da Antonio Ingroia ("Pisanu non ha idea di cosa sia accaduto in Italia") ma anche del vicepresidente della Commissione Antimafia, Fabio Granata di Fli:

La trattativa eccome se ci fu. E su essa fu immolato Paolo Borsellino

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