Caltanissetta: condannato a 14 anni Montante, il finto paladino dell'Antimafia

L'ex Presidente degli industriali siciliani, Antonello Montante, è stato condannato a 14 anni di carcere dal Tribunale di Caltanissetta per corruzione ed associazione a delinquere. Per lui la Procura aveva chiesto una pena a 10 anni e sei mesi, ma i giudici hanno deciso di andare oltre la richiesta della pubblica accusa. Insieme a lui sono stati condannati: l'ex Comandante della Guardia di Finanza di Caltanissetta Gianfranco Ardizzone (3 anni), l'ex funzionario della Questura di Agrigento Marco De Angelis (4 anni), il questore di Vibo Valentia Andrea Grassi (1 anno e 4 mesi) e il responsabile della security di Confindustria Diego Di Simone (6 anni e 4 mesi). Assolto, invece, l'ex dirigente delle Attività Produttive della Regione Sicilia, Alessandro Ferrara, per il quale anche la Procura aveva chiesto l'assoluzione.

L'inchiesta a carico di Montante - considerato fino a poco tempo fa un paladino della legalità e dell'antimafia - è stata avviata nel 2014 grazie alle dichiarazioni di sette collaboratori di giustizia che avevano riferito di alcune frequentazioni equivoche dell'ex Presidente dei Confindustria Sicilia. Montante, teorico paladino anti-racket, aveva infatti rapporti con gli Arnone, famiglia mafiosa di Serradifalco. Da queste dichiarazioni è nato anche un secondo filone di inchiesta, che lo vede attualmente indagato con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.

Grazie alle indagini su Montante è stato possibile appurare che aveva costruito attorno alla sua figura una sorta di "cerchio magico", del quale facevano parte rappresentanti delle forze dell'ordine e dello Stato, oltre a giornalisti compiacenti. Claudio Fava, che ha presieduto la Commissione Regionale Antimafia dell'Assemblea regionale siciliana, definì il 'sistema Montante' come un vero e proprio "governo parallelo" che "per anni ha occupato militarmente le istituzioni regionali e ha spostato fuori dalla politica i luoghi decisionali sulla spesa"

E ancora: "Abbiamo assistito per anni a una privatizzazione della funzione politica che ha trovato un salvacondotto in una presunta lotta alla mafia. Parlo di sistema non a caso, perché si è andati avanti grazie alla benevolenza, alla complicità e alla solidarietà di personaggi appartenenti ai settori più diversi: da quelli istituzionali, a quelli delle professioni. Un sistema con una sua coesione che si è auto protetto. Dopo l'iscrizione di Montante nel registro degli indagati per concorso in associazione mafiosa e la diffusione della notizia sui giornali le tutele di cui Montante godeva, invece di venir meno si sono addirittura rafforzate".

Il lavoro della commissione ha accertato che la lunga mano di Montante riusciva ad arrivare dappertutto: "La forzatura delle procedure, la sistematica violazione delle prassi istituzionali, l'asservimento della funzione pubblica al privilegio privato, l'umiliazione della buona fede di tanti amministratori, l'occupazione fisica dei luoghi di governo, la persecuzione degli avversari politici, fino al vezzo di una certa 'antimafia' agitata come una scimitarra per tagliare teste disobbedienti e adoperata come salvacondotto per se stessi attraverso un sillogismo furbo e falso: chi era contro di loro, era per ciò stesso complice di Cosa nostra. Un repertorio di ribalderie spesso esibito come un trofeo: era il segno di un potere che non accettava critiche e non ammetteva limiti".

Pur essendo fuori dalle istituzioni, Montante riusciva ad incidere sulle nomine dei vertici istituzionali regionali: "Abbiamo accertato che alcuni dirigenti regionali sono stati selezionati attraverso dei veri e propri 'provini' fatti a casa di Montante che era un privato cittadino. In un caso un dirigente è stato indotto a mettere per iscritto che avrebbe mantenuto fede a certi impegni. Una sorta di scrittura privata usata come garanzia che i 'desiderata' di Montante sarebbero stati osservati. I dirigenti erano di due tipi quelli fedeli da premiare, sottoposti a forme di quasi vassallaggio, e quelli da cacciare".

Per riuscire nei suoi intenti, Montante aveva costituito un archivio fatto di Dossier riguardanti amici e nemici, in modo da poter ricattare e controllare quanti aveva intorno. Grazie allo stretto legame con i succitati personaggi di spicco delle forze dell'ordine, Montante riusciva a reperire informazioni su chiunque; in media, nell'arco di 7 anni, sono stati effettuati 3 accessi abusivi al mese. L'obiettivo era quello di acquisire informazioni su chiunque entrava in contatto con lui in qualche modo: collaboratori di giustizia, dirigenti e manager della Regione Sicilia, così come magistrati. Montante poteva contare su una catena di talpe in grado di fornirgli qualsiasi tipo di informazione.

In suo possesso c'era una mole di informazioni eccezionale, che ha anche tentato di distruggere (in parte riuscendoci) poco prima del suo arresto. Sussiste perfino il sospetto che Montante sia entrato in possesso di una copia delle intercettazioni tra l'ex Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e Nicola Mancino che riguardavano l'indagine sulla trattativa Stato-mafia. Colloqui che, come noto, furono distrutti per decisione della Corte Costituzionale. Quella di Montante è una 'spy-story' non ancora definita.

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