Corte Ue: no ai rimpatri in Paesi che non rispettano i diritti fondamentali


Anche in caso di rigetto o revoca dello status di rifugiato per gravi o validi motivi, nessuno può essere rimpatriato nel suo Paese d'origine se sussistono valide ragioni di sicurezza. A stabilire questo principio è stata la Corte di Giustizia dell'Unione Europea pronunciandosi sui ricorsi di un ivoriano, un congolese e un ceceno ai quali era stata rigettata la domanda o revocato lo status di rifugiato per gravi o validi motivi.

Interpretando la normativa vigente, infatti, la Corte Ue ha affermato un nuovo principio: "fintanto che il cittadino di un Paese extra-Ue o un apolide abbia fondato timore di essere perseguitato nel suo Paese d'origine o di residenza, questa persona deve essere qualificata come rifugiato indipendentemente dal fatto che lo status di rifugiato sia stato formalmente riconosciuto".

La Direttiva sui rimpatri va infatti "interpretata e applicata nel rispetto dei diritti garantiti dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Ue" che "escludono la possibilità di un respingimento" verso Paesi nei quali i diritti fondamentali dell'individuo non siano rispettati.

La Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea "vieta in termini categorici la tortura nonché pene e trattamenti inumani e degradanti a prescindere dal comportamento dell'interessato e l'allontanamento verso uno Stato dove esista un rischio serio che una persona sia sottoposta a trattamenti di tale genere".

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