Intervista a Emilio Reyneri, seconda parte: il libro verde sul Welfare, il suk delle deroghe e le colpe dei sindacati

Dopo la prima puntata di lunedì, in cui si è parlato della situazione generale di welfare e ammortizzatori sociali italiani, e in particolare delle conseguenze per i giovani, eccovi la seconda parte dell'intervista realizzata con Emilio Reyneri, ordinario di Sociologia Economica dell'Università di Milano-Bicocca.

Al centro dell'attenzione, questa volta, il Libro Verde sul Welfare del Ministro Sacconi, il mercato degli ammortizzatori sociali in deroga e le responsabilità dei sindacati nell'arretratezza italiana. Buona lettura.

Come valuta il Libro Verde sul Welfare del ministro Sacconi?

"Il suo impatto sul dibattito pubblico è stato prossimo allo zero: credo di essere uno stato uno dei pochi che se lo è letto. E’ molto provinciale, sfiora tutti i problemi che ci sono sul campo senza affrontarne nessuno. E’ di un livello assolutamente incomparabile con quelli che si fanno in Europa. Attendiamo il Libro Bianco, che dovrebbe essere pubblicato tra poco, ma non credo che dirà molto di più

Un aspetto cruciale emerge comunque, ed è l’accentuazione welfare familistico: il pubblico interviene solo in caso estremo, quando la famiglia non ce la fa. Ciò significa insistere in un sistema profondamente diseguale, perché le famiglie non sono assolutamente tutte uguali. E’ del tutto assente l’idea che esistano diritti di cittadinanza individuale, del singolo cittadino.
Anche a livello prettamente linguistico, ho notato che i termini “cittadinanza sociale” e “cittadino”, ricorrenti solitamente anche nella letteratura sul welfare meno progressista, non compaiono mai nel Libro Verde: vengono sostituiti con un termine intraducibile al di fuori dell’Italia, “persona”, tanto caro a certi ambienti Ciellini della maggioranza.
Ci sono poi nel Libro delle frasi del tutto prive di senso, che mi hanno ricordato certe gag di un vecchio programma di Renzo Arbore: una sequela di luoghi comuni in cui tutto il male e tutto il bene vengono contrapposti, senza grande significato, come “E’ meglio essere ricchi e sani che poveri e malati”"

Il Governo ha impostato la sua risposta alla crisi concedendo ammortizzatori sociali in deroga. Le sembra una buona idea?

"Le deroghe rinnovano un vecchio vizio italiano, quello della negoziazione politica. Negli anni ’70 e ’80, con la grande ristrutturazione industriale, era sorto un problema analogo: quello delle proroghe. Le Casse Integrazioni Straordinarie, a volte venivano prorogate di 6 mesi in 6 mesi, con decisione discrezionale del governo. Il CIPE (di cui Brunetta dovrebbe ricordarsi benissimo) era diventato una specie di Suk in cui si mercanteggiava la proroga: sindacati, imprenditori, sindaci, presidenti di Provincia si trovavano tutti lì a mercanteggiare.
Adesso siamo tornati a un sistema di questo tipo: anche per le piccole imprese, quello che è stato stanziato viene del tutto lasciato alle negoziazioni e al mercanteggiamento politico. Il che significa che solo chi ha più santi in paradiso riesce a strappare deroghe e proroghe. Facciamo un esempio: qualche anno fa, ci fu la crisi del tessile in provincia di Varese. Le imprese riuscirono a ottenere una sostanziosissima Cassa Integrazione in deroga, perché? Perché il varesino Maroni era all’epoca ministro del Welfare…
Questa discrezionalità ha due aspetti negativi principali: innanzitutto porta all’accaparrarsi di favori di scambio, all’appiattimento della questione degli ammortizzatori sociali su una pura e semplice negoziazione politica. E questo è scandaloso: in nessun paese avviene così. In secondo luogo, dal punto di vista dei beneficiari, non c’è quasi mai la certezza matematica di ricevere qualcosa in caso di perdita del lavoro, il che da un punto di vista economico aumenta l’incertezza e deprime i consumi"

I sindacati sono sembrati piuttosto tiepidi nel sostenere la necessità di un ammodernamento del sistema di ammortizzatori sociali per la tutela della disoccupazione. Come mai?

"Sicuramente i sindacati qualche responsabilità ce l’hanno, per tre motivi. Uno micro: nella negoziazione qualche fetta di potere i sindacati la mantengono, perché svolgono un ruolo nell’ottenimento delle proroghe e delle deroghe. Il meccanismo della discrezionalità negoziata contribuisce continuamente a legittimare il loro ruolo, e per questo non dispiace al sindacato. Succedeva già negli anni ’70 e ’80.
Una seconda ragione è a livello macro: se si vuole fare una riforma degli ammortizzatori sociali bisogna toccare le pensioni di anzianità, e lì i sindacati sono molto resistenti perché il peso di pensionati e pensionandi nel sindacato è molto forte. Un terzo motivo, sempre legato agli iscritti è che i sindacati sono presenti più nelle grandi imprese che nelle piccole; d’altra parte il sistema della Cassa Integrazione Guadagni è fondato sul mantenimento del rapporto di lavoro, mentre se si facesse un sistema generalizzato di sostegno della disoccupazione, esso si fonderebbe sulla rottura di questo rapporto, e qui alcune roccaforti sindacali entrerebbero in crisi. Ci guadagnerebbero i giovani e i lavoratori delle piccole imprese, però lì il sindacato è poco presente"

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