Quando Montanelli se ne andò dal Giornale "di Silvio Berlusconi". Come andarono veramente le cose. Seconda e ultima parte

Riprendiamo il racconto di come andarono le cose l'8-9 gennaio 1994, data del doloroso distacco di Montanelli dal Giornale. Qui la prima parte, pubblicata ieri.

Saputo dell'impasse, Silvio Berlusconi (proprietario reale del Giornale, anche se lo aveva intestato al fratello Paolo per aggirare la legge Mammì (come Travaglio ha giustamente rilevato ad Annozero) chiede il permesso di parlare ai giornalisti riuniti. La redazione, tramite Biazzi Vergani, chiede al direttore se abbia qualcosa in contrario, e lui così risponde: «Silvio faccia quel che gli pare» aggiungendo poi, privatamente a Granzotto: «Speriamo che porti le palanche. Se non lo fa è un bischero».

Teniamo ben presente che all'assemblea non era presente Montanelli, che per tradizione se ne teneva alla larga, e neanche Travaglio, che parla dunque sempre per sentito dire. Ma torniamo al Cavaliere. Una volta avuto il consenso all'intervento, così disse, rispondendo alla specifica domanda dei redattori, ovvero su come potessero continuare a combattere la battaglia contro i principali quotidiani concorrenti senza la tecnologia e le risorse necessarie.

«Io credo che se il Giornale darà segni di voler combattere questa battaglia, di volerla combattere con una tattica e una strategia adeguate alle posizioni degli altri, non mancheranno assolutamente i mezzi per un rafforzamento della linea del Giornale. Credo che dobbiate mettervi d’accordo su questo»

Se anche si interpreta questa dichiarazione piuttosto sibillina come una richiesta di adesione alla propria linea politica (e non di pura competizione commerciale con le altre testate, cosa tutta da dimostrare) rimane comunque il fatto che Berlusconi lasciò la scelta ai giornalisti sul da farsi, e non aveva comunque negato le risorse per l'adeguamento tecnologico (indennità a parte).

Il giorno dopo questi eventi, vale dire il 9 gennaio, Montanelli si recò a cena da Berlusconi, segno che la rottura non era ancora consumata; cosa che avvalora la tesi che non fosse stato detto nulla di clamoroso o inaccettabile. Ciò che i due si dissero quel giorno non è mai stato svelato, ma ciò che conta è che il direttore tornò deciso a dimettersi. Vediamo l'epilogo della vicenda secondo Granzotto:

Il giorno appresso, domenica 9 gennaio, Montanelli era a cena da Berlusconi. Ne tornò deciso a dimettersi, cosa che fece subito. Prese quindi congedo dalla redazione annunciando il prossimo varo di una «scialuppa di salvataggio» dove imbarcare quanti volevano seguirlo. Fatto ciò Montanelli si chiuse nel suo ufficio dove mi affrettai a raggiungerlo, trovandolo seduto al suo scrittoio, gli occhi chiusi, le mani aperte poggiate sulla Lettera 22. «È fatta», mi disse. «E adesso?». «Si ricomincia con La Voce», rispose, «ma tu resta: i ragazzi non devono rimanere abbandonati a se stessi e la barca va portata avanti. L’abbiamo varata noi. E poi so che per via di Federico (si riferiva a Federico Orlando) non ci verresti». «Come ti senti?», gli chiesi. «Come Mussolini al Gran Sasso». Intendeva dire d’aver timore di essere liberato da chi non desiderava fosse il suo salvatore. Timore fondato.

Così andarono le cose. Tutto lascia pensare che Montanelli abbia chiesto le stesse risorse, ma prive di vincoli, a Berlusconi, e che questi gliele abbia rifiutate. Probabilmente il grande giornalista aveva già maturato l'intenzione di andarsene e vedeva nella fondazione della Voce un ripetersi della fortunata storia che lo aveva visto uscire dal Corriere per creare il Giornale Nuovo. Una battaglia di libertà, com'egli stesso ebbe a definirlo nei suoi diari.

Purtroppo però questa volta i lettori non lo seguirono, e la stessa area di destra che si era sempre riconosciuta in quel "partito che non c'è" che il Giornale rappresentava, non poteva accettare una svolta che rinnegava in qualche modo l'eterna battaglia contro la sinistra. Una svolta compiuta oltretutto con gente come Federico Orlando, che ebbe probabilmente una parte nello spingere Montanelli a dichiarare il proprio voto per il centro-sinistra, sia pur in funzione anti-berlusconiana.

E intendiamoci, non è che non ci fossero molti antiberlusconiani tra i lettori del Giornale. Solo che erano ancor più anticomunisti, e vedevano la sinistra come il prolungamento storico del Pci, con gli stessi uomini e le stesse guide. Il Giornale era stato unico; un giornale-partito, un giornale-bandiera. La Voce non era che un foglio come tanti.

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