Mario Monti, la sindrome del giusto e il delirio di onnipotenza del pensiero

Della sindrome dell'esser giusto di Mario Monti e dei suoi abbiam già detto, e abbiam detto anche del fato che l'Italia giusta sia diventato lo slogan e il cavallo di battaglia del Pd.

Ma ad ogni apparizione in video o in pubblico del Professore, accade che questa pretesa di avere in mano la via, l'unica, da seguire per il futuro è sempre più evidente.

Ieri sera, per esempio, Gianfranco Fini, ospite a Otto e Mezzo insieme a Nichi Vendola (i due si sono scambiati gentilezze e apprezzamenti e poi hanno battagliato dialetticamente sui diritti civili, sulla Bossi-Fini, sulla Fini-Giovanardi, sul G8 di Genova e sui punti fermi che li rendono diversi), è arrivato a dire che la coalizione di Monti non è di centro. Ma è di destra, di sinistra, di centro: quindi è oltre. Riunisce persone di buona volontà che vogliono riformare il paese. Come dire: siamo bravi noi, gli altri no.

Oggi Mario Monti si supera ancora.

E' Repubblica a riportare le sue parole.

«A chi dice 'bisogna che la politica europea somigli di più a quella nazionale, io rispondo: Dio ce ne scampi!». Gli schemi politici classici «compreso l'asse destra e sinistra» soffrono, secondo il Professore, di una «crescente inadeguatezza». Continua lodando l'europeismo del suo governo, consolidato anche da ministri come Enzo Moavero e di Fabrizio Barca : «Non c'è mai stato un governo geneticamente europeo come il mio».

Certo, forse Monti sa che non vincerà le elezioni. E infatti ha iniziato il suo discorso al seminario dei liberal Pd (sic) a Orvieto dicendo:

«Da tempo non sono più abituato a fare relazioni introduttive, ma probabilmente presto dovrò riabituarmi a questo mestiere...»

Ma che esca vincente o meno dalle urne, il professore non rinuncia all'ars retorica che ha ammantato tutto il suo operato e che dipinge tutti coloro che la pensano come lui come i buoni. Cattivi tutti gli altri.

E' un delirio di onnipotenza del pensiero. Anzi, sarebbe meglio dire un delirio di onnipotenza del pensiero unico.

Perché questo fatto, sbandierato con ostentazione ed insistenza, che le differenze non siano ricchezza, che la dialettica conti fino ad un certo punto perché tanto la ricetta c'è già, con buona pace di chi dice di no, francamente non ha niente di democratico. Niente di accattivante.

E soprattutto non è affatto una novità. Anzi, fa molto ancien régime.

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