Maturità 2019 prima prova: Dalla Chiesa martire dello Stato, traccia svolta

Verte sulla vita, culminata in tragedia, del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il tema di attualità della Maturità 2019

Maturità 2019 Carlo Alberto Dalla Chiesa traccia svolta

Una delle tracce della prima prova della Maturità 2019 verte sul generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e sulla sua tragica e oscura scomparsa. Protagonista di una strenua lotta alle Brigate Rosse, è stato anche uno degli uomini che si è schierato apertamente contro le mafie. Il suo impegno gli è costato la vita, quando la sera del 3 settembre del 1982, è stato vittima di un attentato.

La traccia del tema di Maturità parte da un discorso del 2012 di Luigi Viana, Prefetto di Parma, a distanza di 30 anni dalla morte di Dalla Chiesa, della signora Emanuela Setti Carraro e dell'agente di Polizia, Domenico Russo.

Maturità 2019 prima prova tema di attualità: il generale Dalla Chiesa martire dello Stato, traccia svolta

Una vita spenta, anzi rubata, a soli 61 anni, quasi 62, quella del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, in un tragico 3 settembre siciliano del 1982, vittima di un attentato di stampo mafioso che coinvolse anche la moglie, Emanuela Setti Carraro e l'Agente di Polizia, Domenico Russo. Una strage che avrebbe anticipato di dieci anni un altro assassinio di mafia, quello del magistrato Giovanni Falcone. Lo sfondo, in entrambi i casi, Palermo.

Il generale Dalla Chiesa è da sempre considerato uno degli eroi della storia italiana più contemporanea, un guerriero dalle idee chiare, con l'amore per l'ordine e un innato senso della giustizia, ma anche un martire dello Stato, entità che per molti è stata fin troppo assente nella tutela del suo lavoro.

Di nascita piemontese, con un nome importante che rimanda alla dinastia sabauda, il generale Dalla Chiesa entrò nell'Arma dei Carabinieri durante la Seconda Guerra Mondiale. Poco nota, certamente meno rispetto alla sua lotta a Cosa Nostra, quella al banditismo presente nel Sud Italia, di fatto un fenomeno che è strettamente collegato con il brigantaggio e quindi con le origini delle mafie.

Ma Dalla Chiesa era un personaggio scomodo anche per le ale più estreme della sinistra, quelle che nel 1970 diedero vita alle Brigate Rosse. Nel 1974 infatti il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa si fece promotore e creatore del cosiddetto Nucleo Speciale Antiterrorismo, un reparto di polizia giudiziaria, in seno all'Arma dei Carabinieri, istituito per contrastare il fenomeno terroristico.

Fu proprio grazie all'NSA che si arrivò alla cattura di Renato Curcio e Alberto Franceschini, fondatori ed esponenti di spicco delle Brigate Rosse. Un successo, nonostante proprio l'Arma sia stata una delle prime ad osteggiare la nascita del Nucleo e abbia, alla fine, proposto ed ottenuto il suo scioglimento.

Persino il giornale "L'Ora" di Palermo, apertamente schierato nella lotta contro Cosa Nostra, era contrario all'operato del generale. Troppo sulle righe, troppo visionario. Probabilmente troppo illuminato e poco attento a dove metteva i piedi, incurante di pestarne di più di quanti non credesse.

Come detto, Carlo Alberto Dalla Chiesa, un personaggio scomodo. Nessuna simpatia da parte di alcune stanze dei bottoni, odio e desiderio di rivalsa nei suoi confronti da parte delle frange illegali del paese, un tumulto trasversale che, all'indomani del suo assassinio, mentre ricopriva il ruolo di Prefetto di Palermo sotto il governo Spadolini, rese difficile dire con assoluta certezza chi avesse effettivamente premuto il grilletto. O meglio, chi fosse il reale mandante dell'omicidio.

Delitto di mafia, si disse. In effetti delitto di mafia fu, almeno ufficialmente. Lui, Dalla Chiesa, eroe della Resistenza, che conosceva bene le tecniche di guerriglia dei partigiani e le aveva persino adoperate per rendere il suo Nucleo Speciale più performante e meno scontato nei confronti del nemico, fu freddato a colpi di kalashnikov in una sera palermitana di inizio settembre, esplosi da una BMW che lo attendeva in via Isidoro Carini, nel Borgo Vecchio di Palermo.

"Qui è morta la speranza dei palermitani onesti", recitava un cartello affisso sul luogo della strage, all'indomani dell'assassinio del generale. Colui che guardava con lungimiranza al presente e al passato, sicuro di poter cambiare in meglio il futuro, che parlava di legalità con studenti e operai nelle fabbriche, non se n'è tuttavia andato senza lasciare un'eredità importante.

Il suo testimone non è caduto in via Isidoro Carini quella sera di settembre, così come non è caduto nella strage di Capaci del 1992 e neppure in Via d'Amelio nello stesso anno. La lotta alle mafie, all'illegalità, all'omertà continua a vivere e per fortuna ci saranno sempre custodi pronti a proteggerla.

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