Parla Carola Rackete: "Atto di disobbedienza, non violenza"

carola rackete

Carola Rackete, la comandante della Sea Watch 3, non ha paura di affrontare la giustizia italiana. Attualmente ai domiciliari dopo aver forzato il blocco navale e speronato una motovedetta della guardia di Finanza per attraccare a Lampedusa, la giovane capitana parla di "atto di disobbedienza e non di violenza". Intervistata dal Corriere della Sera, la Rackete ribadisce che non fosse suo intento mettere a repentaglio la vita delle Fiamme Gialle. Ammette, invece, di aver commesso "un errore di valutazione nell'avvicinamento alla banchina, sono molto addolorata che sia andata in questo modo. Non volevo colpire la motovedetta, non era mia intenzione mettere in pericolo nessuno. Ho chiesto scusa e lo rifaccio".

Alla base della decisione di violare il blocco navale, i comportamenti di alcuni dei 42 migranti a bordo, che avevano cominciato atti di autolesionismo.

"Avevo paura. Da giorni facevamo i turni - ammette mentre si trova in attesa di essere sottoposta al giudizio di convalida - , anche di notte, per paura che qualcuno si gettasse in mare. E per loro che non sanno nuotare significa suicidio. Temevo il peggio".

Infine, rivela un retroscena relativo a quanto accaduto venerdì notte: la Rackete sostiene di aver capito che "che non saremmo sbarcati, quando sono stata convocata per l'interrogatorio fuori dalla nave. Ho rischiato la libertà, lo sapevo. Ho chiamato più il porto per avvertire, ma nessuno parlava inglese. Ho comunque comunicato - insiste - che stavamo arrivando".

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