Carabiniere ucciso, Salvini: "Negli USA c'è la pena di morte". È peggio la toppa del buco

Dopo aver vaneggiato parlando di "lavori forzati in carcere" per i "bastardi assassini" del vicebrigadiere Mario Rega Cerciello, Salvini è tornato a commentare questa vicenda di cronaca. Adesso, però, sul banco degli imputati non ci sono più i sospettati magrebini, bensì due indagati. Sono anche loro extracomunitari, ma sono in possesso di un passaporto molto più pesante: quello americano.

Questo il nuovo commento di Salvini: "Sperando che l'assassino del nostro povero carabiniere non esca più di galera ricordo ai buonisti che negli Stati Uniti chi uccide rischia la pena di morte. Non dico di arrivare a tanto, ma al carcere a vita (lavorando ovviamente) questo sì!".

Nell'attesa di scoprire a chi si possa riferire in questo caso il Ministro parlando di "buonisti", visto che nessuno nell'universo si è sognato di augurarsi una pena lieve per i due giovani americani, questo ennesimo post di Salvini merita di essere analizzato.

È un messaggio confuso, ma sufficiente a rimescolare le acque quel tanto che basta per dare in pasto - ancora una volta - ai suoi sostenitori un nemico immaginario, alias "i buonisti". Questo post di Salvini è infatti per metà una risposta a chi l'ha giustamente criticato per quell'idiota riferimento ai "lavori forzati" e per l'altra metà è stato pensato per gettare nuovamente fumo negli occhi.

I lavori forzati, in Italia, grazie all'esistenza del pilastro fondamentale del nostro diritto, la Costituzione antifascista, sono vietati. Il suo post "a caldo", quindi, serviva solo a solleticare la pancia di chi preferirebbe la lex talionis al diritto. Un comportamento, ovviamente, irresponsabile perché un Ministro della Repubblica Italiana non dovrebbe abbassarsi a tanto pur di risultare affine al popolino, che rappresenta, ovviamente, la netta maggioranza in questo Paese.

Infine, il capolavoro: tra parentesi, dopo essersi augurato il carcere a vita - questo legittimo, per carità - Salvini (o chi per lui) ha fatto una puntualizzazione: "lavorando ovviamente". In questo modo ha richiamato alla mente del popolino il riferimento ai "lavori forzati", escludendo la parola che gli è costata le critiche che gli sono piovute addosso; non da parte dei buonisti, ma da parte di chi non è ancora completamente rincitrullito.

In questo modo ha comunque ribadito un concetto: lavoro = punizione aggiuntiva al carcere. In realtà, invece, non è così. Il lavoro in carcere nel nostro Paese non ha alcuna funzione punitiva. Ha bensì una funzione rieducativa - in linea con l'articolo 27 della Costituzione - allo scopo di consentire ai detenuti di formarsi ed avere maggiori chance di reintegrarsi nel tessuto sano della società una volta espiata la pena, oltreché per poter far fronte alle spese di mantenimento in carcere.

La Legge 354/1975 sull'ordinamento penitenziario, definisce un diritto-dovere il lavoro in carcere, che deve essere retribuito oltre ad essere privo di caratteri afflittivi. Il lavoro in carcere, in sintesi, non è obbligatorio e in alcun modo può rappresentare un aggravante della pena. Anzi, sono in molti - troppi - i detenuti che non riescono ad accedervi per poter far fronte alle proprie esigenze.

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