Siamo sicuri che Luigi Di Maio voglia davvero fare un governo col PD?

La trattativa tra il Movimento 5 Stelle e il Partito Democratico fa un passo avanti e due passi indietro e ad oggi quello che traspare dai comportamenti del capo politico di M5S, Luigi Di Maio, è che non ci sia alcuna intenzione di formare un esecutivo col PD, ma che arrivati a questo punto non sappia come tirarsi indietro senza sembrare il responsabile della fallita trattativa.

Di Maio ha respinto al mittente le accuse che lo vorrebbero attaccato alle poltrone (quella di leader di M5S, quella di vicepremier, quella del Ministero dello sviluppo economico e quella del Ministro del lavoro e delle politiche sociali), ma di fatto non sembra voler fare un passo indietro e ridurre la sua presenza nell'esecutivo, che è quello che il Partito Democratico sta chiedendo a gran voce, soprattutto per quel che riguarda la vicepresidenza del Consiglio.

Da un lato Luigi Di Maio sa benissimo che tornare al voto significherebbe consegnare l'Italia in mano a Matteo Salvini e all'intero centrodestra (i sondaggi oggi dicono che ci sarebbero i numeri) e tornare all'opposizione con un Movimento 5 Stelle ancora più ridotto, forse più ridotto del Partito Democratico. Dall'altro lato, però, il leader di M5S non è pronto a scendere a compromessi e vorrebbe dettare la linea e averla vinto su tutto in nome di quel 33% ottenuto alle elezioni politiche lo scorso anno.

La base grillina continua a dirsi contraria ad un'alleanza col Partito Democratico e anche questo è un fattore importante che Luigi Di Maio deve tenere in considerazione. Anche per questo ha messo le mani avanti promettendo di coinvolgere direttamente gli elettori M5S attraverso la piattaforma Rousseau, ben consapevole che il responso sarebbe quasi certamente negativo.

La farsa, però, è andata avanti troppo a lungo e mentre Luigi Di Maio non sembra mai stato davvero convinto di allearsi col Partito Democratico, il Presidente della Repubblica ha già affidato l'incarico esplorativo a Giuseppe Conte (che è sempre più indipendente e per nulla controllabile da M5S dopo questi 14 mesi di esperienza al governo) e si sono persi ulteriori giorni preziosi che farebbero slittare ulteriormente un ritorno alle urne e lascerebbero ancora meno tempo al nuovo esecutivo per scongiurare l'aumento dell'IVA e approvare la legge di bilancio entro il 31 dicembre 2019.

Il Partito Democratico si è dimostrato pronto a trattare ed ha fatto dei passi indietro importante, a cominciare dall'appoggio a Giuseppe Conte che Luigi Di Maio aveva messo come condizione imprescindibile. Come spingere, allora, il PD a tirarsi fuori dalla trattativa? Raddoppiando i punti del programma: dai 10 punti che M5S aveva dato come fondamentali, ieri a sorpresa Di Maio ne ha elencati 20, pretendendo un'accettazione totale da parte del PD.

Le trattative non funzionano in questo modo. Quello posto da Di Maio è un ultimatum senza se e senza ma, anche se da M5S si sono subito affrettati a precisare che al di là del tono usato da Luigi Di Maio non si trattava affatto di un ultimatum. Poi, però, è arrivata la precisazione dei due capigruppo pentastellati, Stefano Patuanelli e Francesco D'Uva, che sembrano confermare l'ultimatum:

Noi siamo il partito di maggioranza relativa e riteniamo che in una trattativa le precondizioni non facciano bene. Dopo aver incontrato il presidente incaricato, abbiamo messo al centro i temi, i 20 punti che per il M5s sono importanti, fondamentali, ed è su questo che vogliamo aprire il confronto con il partito democratico. Lo faremo da domani mattina, però è difficile accettare le precondizioni. Credo che si possa lavorare in modo costruttivo a partire dai punti che abbiamo messo sul tavolo.

Giuseppe Conte continua a mediare e dal Partito Democratico insistono che il nodo principale è proprio la Vicepresidenza del Consiglio che Luigi Di Maio non sarebbe pronto a lasciare perchè questo, dal suo punto di vista, gli farebbe perdere del potere che, a conti fatti, non ha.

Il governo gialloverde è stato di fatto guidato da Matteo Salvini e questa per Luigi Di Maio sarebbe l'occasione perfetta per prendere finalmente le redini e fare il "capitano" della situazione, spadroneggiando in nome di quella maggioranza elettorale, ma il PD sembra intenzionato a ridurre la posizione del leader pentastellato e Di Maio non ci sta. Questo, però, Di Maio non potrà mai dichiararlo pubblicamente, soprattutto ora che l'ex alleato politico, Matteo Salvini, ha basato la nuova narrativa sull'attaccamento alle poltrone.

Come uscire da questa situazione? Saranno le prossime ore a dircelo, ma tutto punta verso una strategia chiara: alzare troppo la posta, spingere il Partito Democratico a far saltare le trattative e riportare il Paese al voto. O, in extremis, provare a tornare tra le braccia di Matteo Salvini pur di restare al governo, anche se questo significherebbe dover abbassare la testa ancora di più e lasciare il leader leghista ancora più libero di fare ciò che vuole.

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