Renzi annuncia l'addio al Pd: la storia di un uomo affetto da una grave forma di leaderismo

"Il pallone è mio e decido io". Si potrebbe sintetizzare con queste parole il pensiero e lo spessore politico di Matteo Renzi, che questa notte ha deciso di lasciare il Partito Democratico per andare per la sua strada. Il tutto a meno di 12 ore dal giuramento dei sottosegretari e dei viceministri con il quale è stata completata la squadra del nuovo Governo.

Renzi scalpitava da quando ha perso le elezioni del marzo 2018 ed oggi ha fatto il grande passo, abbandonando un partito che non ha voluto riconoscerlo come l'unico leader possibile. Fin da quando prese il controllo del Pd, vincendo legittimamente le primarie per poi sabotare - meno legittimamente - il Governo Letta, Renzi ha sempre dimostrato grandissima insofferenza.

Una volta arrivato al Governo del Paese ha iniziato a dettare la linea politica, e l'ha fatto varando provvedimenti spesso in contraddizione con le parole che lui stesso aveva speso durante la campagna delle primarie. Quando il Governo assumeva posizioni difficili o impossibili da digerire per una base che si riconosce in una storia e in certi valori, lui ha puntualmente sottolineato che quello era un Governo di compromesso, frutto di un'alleanza con una parte del centrodestra berlusconiano. C'era da fare e non da parlare. Bisognava restare compatti e continuare a fare quello che "il Paese aspettava da 20-30-60 anni" e i modi non erano importanti.

C'era fretta di riformare a tempo di record. Il tutto salvo poi, successivamente, rivendicare con orgoglio qualsiasi cosa quel Governo abbia fatto, confermando così il fortissimo sospetto che avvertiva una parte del partito e del centrosinistra: quello non era un Governo di compromesso, ma il migliore possibile per un uomo come Renzi, che con la sinistra non ha mai avuto nulla a che fare.

Non ha mai digerito il dissenso, neanche quello costruttivo, bollando qualsiasi voce contraria come "fuoco amico". Ha "asfaltato", comandato, imposto tutti i suoi tempi, ma non ha mai voluto assumersi le responsabilità di una sconfitta politica, addossandole puntualmente ad altri, a tutti quelli che non avevano voluto appiattirsi senza proferire parola.

Il ruolo di ex leader gli andava stretto e non poteva essere altrimenti per un uomo affetto da una grave forma di leaderismo, che ha veramente a cuore un'unica cosa, per lui importantissima: sé stesso.

Il primo vero strappo è avvenuto nei mesi precedenti alle ultime elezioni politiche, quando decise unilateralmente di abolire le primarie per compilare personalmente le liste elettorali ed assicurarsi così il pieno controllo del partito, anche nel caso in cui si fosse materializzata la clamorosa sconfitta che si intravedeva all'orizzonte.

Con una mossa degna di House of Cards, si impossessò di quel partito che lui stesso aveva scalato sfruttando il meccanismo delle primarie, che gli aveva permesso di bruciare qualsiasi tappa a colpi di slogan un po' vaghi. Anche dopo le dimissioni ha così potuto continuare a muovere i fili, dettando tutti i tempi del partito.

Ha deciso di restare all'opposizione impedendo al suo partito di dialogare con i 5 Stelle nella primavera 2018 e l'ha fatto in spregio delle prerogative proprie del segretario reggente Martina, sgambettato con un'intervista televisiva dopo le consultazioni.

Dopodiché lui e i suoi fedelissimi hanno continuato a minacciare il partito, dicendo a chiare lettere che sarebbero andati via l'istante successivo ad un avvicinamento tra il Pd e i 5 Stelle. Troppe le differenze, troppi gli insulti del passato. Con questa minaccia ha tenuto sotto scacco anche Zingaretti - vincitore delle nuove primarie, impegnato a tenere insieme un partito lacerato -, costretto a chiudere a qualsiasi ipotesi di dialogo, fatto salvo poi ripensarci nell'ultimo mese di agosto, nel quale si è autoproclamato responsabile benedicendo così un'alleanza anti-salviniana.

In realtà, anche questa scelta politica, è stata dettata da una sola necessità: avere il tempo per organizzare la sua uscita di scena. Ha incastrato il Pd in questo Governo e si è subito posto fuori, regalando a sé stesso la possibilità di staccare la spina nel momento più opportuno, che corrisponderà a quando leggerà il risultato giusto nei sondaggi.

Non c'entrava nulla dunque "il senso di responsabilità" che avvertiva nei confronti "del Paese"; si era solo materializzata la via d'uscita che stava aspettando. Adesso c'era una fretta terribile: erano già usciti Richetti e Calenda - un altro ammalato di leaderismo - e non poteva aspettare oltre. Questa notte, con un breve post su Facebook, ha annunciato il suo addio citando una frase di Robert Frost e una di Jovanotti:

"Una frase di Robert Frost citata nell’Attimo Fuggente mi ha sempre fatto compagnia nei miei anni da Boy Scout: “Due strade trovai nel bosco e io scelsi quella meno battuta. Ed è per questo che sono diverso”.
Scegliamo la strada più difficile, senza paracadute. Ma è anche la strada più bella.
La colonna sonora di questa notte è "Sul lungomare del mondo", di Lorenzo Jovanotti. Buonanotte
".

  • shares
  • Mail

I VIDEO DEL CANALE NEWS DI BLOGO