Ius Culturae, possibile accordo M5S-Pd: si studia la riforma

Con il nuovo Governo in carica riprenderà la discussione sullo Ius Culturae che, per anni, sia i sostenitori che i detrattori di questa riforma hanno impropriamente chiamato Ius Soli, creando non poca confusione. In realtà, infatti, già la riforma sulla quale il parlamento stava lavorando durante i Governi Letta, Renzi e Gentiloni non ha mai previsto la concessione della cittadinanza italiana a tutti i bambini nati in Italia.

Cittadinanza: la situazione attuale

In questo momento nel nostro Paese vige lo ius sanguinis, in base al quale un bambino acquisisce alla nascita la cittadinanza italiana se almeno uno dei due genitori è cittadino italiano. Per i nati in Italia da genitori stranieri non è invece possibile ottenere la cittadinanza italiana fino al compimento dei 18 anni di età, quando gli stessi possono fare richiesta, a patto che abbiano risieduto legalmente e ininterrottamente in Italia per tutta la vita. La procedura è controversa, costosa, ricca di insidie e prevede un'attesa fino a 4 anni, periodo nel quale gli "aspiranti italiani" non possono lasciare il nostro Paese neanche temporaneamente per non perdere i requisiti base.

Questa condizione, di fatto, limita la libertà di ragazze e ragazzi che subiscono una chiara discriminazione, pur ritenendosi a tutti gli effetti cittadini di questo Paese essendoci nati e cresciuti gomito a gomito con chi è "italiano di sangue". Va comunque ricordato che la cittadinanza si può acquisire - tra gli altri modi - anche per matrimonio e per residenza, motivo per il quale, nella sostanza, non cambierebbe nulla. Chi si sente italiano prima o poi riesce già oggi ad ottenere la cittadinanza, ma così si eliminerebbe un'inutile e costosa anticamera, ponendo fine ad una condizione di disparità priva di senso.

Istituire lo Ius Soli, invece, costituirebbe, senza ombra di dubbio, un rischio per questo Paese; la posizione geografica dell'Italia mal si sposa con una riforma "all'americana". Proprio per questo motivo si è iniziato a ragionare su uno Ius Culturae, che possa regolare l'acquisizione della cittadinanza.

La riforma non approvata dal precedente parlamento

La riforma che il Governo Gentiloni non ebbe il coraggio di calendarizzare per l'approvazione, prevedeva l'acquisizione della cittadinanza da parte di quei minori stranieri nati nel nostro Paese (o arrivati entro i 12 anni di età) che avessero frequentato per almeno 5 anni la scuola, dimostrando così di aver iniziato un percorso di integrazione con la cultura italiana. Era prevista inoltre una deroga per gli stranieri arrivati in Italia tra i 12 e 18 anni, a patto che avessero abitato in Italia per almeno 6 anni consecutivi oltre ad aver superato un ciclo scolastico.

Questa era, nella sostanza, la riforma che Gentiloni preferì tenere nel cassetto per evitare gli effetti impopolari per un'eventuale approvazione a fine legislatura. Una strategia che, in realtà, non ha portato chissà poi quale vantaggio al Pd nelle scorse elezioni politiche, visto il fortissimo ridimensionamento del consenso.

Ius Culturae: il 3 ottobre riparte la discussione

A riprendere il filo del discorso in questa legislatura è stato Roberto Speranza (LeU), come relatore di una proposta di legge in materia di cittadinanza. Adesso Speranza è diventato Ministro della Sanità e a raccogliere questa sfida è stato Giuseppe Brescia del Movimento 5 Stelle, che aprirà la discussione su questo tema nella commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati il prossimo 3 ottobre.

Lo stesso Brescia, che è il presidente della commissione, ha spiegato di essere aperto ad ascoltare anche le altre forze politiche: “In commissione arriveranno altre proposte di altri gruppi, tra cui anche quella del Movimento 5 Stelle, e le esamineremo. Personalmente credo che lo ius culturae possa rappresentare una soluzione ragionevole, anche perché mette al centro le nostre scuole come potente fattore di integrazione. Spero che la politica tutta, maggioranza e opposizione, si dimostri all’altezza di un dibattito che chiama in causa diritti e doveri, appartenenza e inclusione”.

La notizia è stata accolta con "soddisfazione" dal dem Matteo Orfini, che già nella scorsa legislatura si spese molto su questo tema: "Come abbiamo ritenuto urgente il taglio sul numero dei parlamentari, si utilizzi la stessa urgenza e la stessa fretta per riconoscere diritti a cittadini italiani a cui vengono negati, a bambini che frequentano le stesse scuole dei nostri figli. Già nella scorsa legislatura arrivammo a un pelo. Serve un patto politico tra le forze delle maggioranza e credo che ci siano tutte le condizioni perché accada. Sulla carta nel Pd sono tutti d'accordo e molti 5 Stelle sono convinti che si tratti di una giusta. Non possiamo fermarci per paura di Salvini".

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