Renzi: "Il Pd? Il mio avversario è Salvini"

Matteo Renzi

Da quando ha lasciato il Partito Democratico, Matteo Renzi è tornato ad essere particolarmente loquace in pubblico per lanciare il suo soggetto "Italia Viva", fondato proprio all'indomani della formazione del Governo Conte bis che lui stesso aveva sponsorizzato. Renzi sta cercando di riposizionarsi, con l'obiettivo di diventare l'antagonista principale del suo omonimo Salvini.

Parlando al Wired Next Fest in corso a Palazzo Vecchio a Firenze, ha ribadito che con il Pd si vuole separare senza polemiche, anche perché sa perfettamente che il suo destino e quello del suo vecchio partito torneranno ad incrociarsi per forza di cose: "Il mio avversario non è Zingaretti, è Salvini. Più che sottolineare le differenze con quelli a me vicini, sottolineo quelle con quelli più lontani. Quanto al Pd, sono anni che i media aprono con le polemiche nel Pd. Quando finisce l'amore forse è meglio lasciarsi con rispetto reciproco. Io non dirò una parola contro il Pd perché è stata la mia comunità ma ognuno va dove vuole. Faccio una citazione: 'Non raccontare a me cos'è la libertà', come cantava Guccini".

Per il momento, in realtà, le sue ambizioni personali non trovano grande riscontro nell'opinione pubblica e Renzi questo sembra averlo capito: "Per il 70% degli italiani la nostra scelta è figlia di motivi personali. Bene, evviva. Se c'è chi la pensa così, amici come prima. Per me la casa che stiamo costruendo p un modo per stare insieme senza litigare sulle cose concrete. Italia Viva è un posto tutto da costruire".

E ancora: "Io sono contento per la nascita di Italia Viva, perché ora, quando mi alzo la mattina non mi devo più preoccupare di chi mi accoltella tra i compagni di partito. Perché tutte le volte che mi alzavo c'era uno che mi dava alle gambe: era come se tra i compagni di una squadra di calcio, nessuno ti passa la palla".

Forse Renzi non si rende conto che, molto probabilmente, è anche questa ricostruzione dei fatti a non convincere gli italiani. Da segretario del Pd si è preso tutto quello che voleva: è diventato Premier facendo le scarpe a Letta ed ha attuato un programma personale, sicuramente diverso da quello del centrosinistra di Bersani; ha annichilito (o asfaltato, come amava dire lui) le minoranze interne, spingendo anche esponenti storici ad alzare i tacchi e ad andare via; ha scelto di indire un referendum per modificare la Costituzione in senso opposto rispetto a quanto promesso agli elettori del Pd prima delle politiche; ha perso tutte le elezioni dopo le Europee 2014, dove aveva incassato un voto "sulla fiducia"; ha stilato le liste elettorali per le politiche 2018 senza rispettare il meccanismo delle primarie per assicurarsi così gruppi a lui fedeli.

Anche dopo la sconfitta nelle politiche ha tenuto in ostaggio il partito: prima ha impedito il dialogo con i 5 Stelle, poi ha ritardato in tutti i modi lo svolgimento delle primarie per eleggere il nuovo segretario ed infine, nell'ultimo mese di agosto, ha dettato la linea in barba a Zingaretti, promuovendo l'accordo con i 5 Stelle e riuscendo così a ritagliarsi l'occasione giusta per uscire dal Pd e organizzare un suo partito.

Si fa davvero fatica a capire chi gli avrebbe dovuto passare questa palla nel Pd, visto che il pallone ce l'ha sempre avuto solo lui vestendo contemporaneamente i panni di presidente, allenatore, portiere, difensore, centrocampista e prima punta. È vero che l'elettorato ha già ampiamente dimostrato di avere una memoria cortissima, ma è altrettanto vero che non sono ancora tutti lobotomizzati.

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