Milano, protesta degli avvocati penalisti contro Davigo: ecco perché

Gli avvocati della Camera Penale di Milano hanno deciso di protestare contro Piercamillo Davigo nel corso dell'inaugurazione dell'anno giudiziario presso il Palazzo di Giustizia. Quando il Presidente della II Sezione Penale della Cassazione, nonché membro togato del CSM, ha preso la parola gli avvocati hanno mostrato un foglio di carta con su scritti gli articoli 24 (diritto alla difesa), 27 (presunzione di innocenza) e 111 (giusto processo) della Costituzione, uscendo in in fila indiana dall'aula.

Davigo è finito al centro delle polemiche per un'intervista rilasciata nei giorni scorsi a Il Fatto Quotidiano, con la quale ha ribadito la sua posizione sulla prescrizione, arrivando a proporre anche altre soluzioni per accorciare i tempi dei processi come l'abolizione del divieto di reformatio in peius.

Sulla prescrizione e sulla necessità di ridurre il numero degli appelli, in realtà, Davigo non ha detto niente di nuovo rispetto al passato. È infatti da diversi anni che propone la sua ricetta per accorciare i processi e per dare maggiori poteri alla magistratura: dilatare i tempi della prescrizione (abolirla, quindi, gli sta più che bene) e ridurre all'osso i ricorsi in appello grazie allo spauracchio di un aumento di pena, incentivando così al tempo stesso la possibilità di arrivare ad un patteggiamento.

Nel corso della stessa intervista al FQ ha però anche aggiunto dei nuovi tasselli alla sua proposta originaria, escludendo a prescindere la fallibilità di pubblici ministeri e giudici, come se questi fossero unti dal Signore e quindi immuni dalla possibilità di commettere errori o, peggio, dalla possibilità di provare sentimenti di inimicizia. Come se nel nostro Paese non fossero mai accaduti scandali che hanno visto coinvolti direttamente magistrati per una condotta non fedele al loro mandato.

Oltre a mantenere così com'è la riforma della prescrizione e ad abolire il divieto di "reformatio in peius", Davigo vorrebbe anche far diventare l'avvocato una sorta di coimputato, rendendolo responsabile in solido con il cliente in caso di inammissibilità manifesta di un ricorso: “Oggi tutti propongono i ricorsi e si perde un sacco di tempo. La sanzione pecuniaria, 2-6mila euro a imputato, non spaventa nessuno. Anzi, non la paga quasi nessuno: lo Stato incassa solo il 4%, perché gran parte degli imputati non dichiara redditi né ha beni al sole. Basterebbe rendere responsabile in solido l’avvocato. Così, quando il cliente gli chiede di ricorrere, gli fa depositare fino a 6 mila euro e poi, in caso di inammissibilità del ricorso, verserà lui la somma al posto del cliente”.

Inoltre, Davigo vorrebbe prevedere la possibilità di aumentare le pene agli imputati nel caso in cui il giudice dovesse valutare l'esistenza di impugnazioni meramente dilatorie. In buon sostanza Davigo vorrebbe far diventare il giudice una sorta di semi-divinità, con il potere di punire imputati e avvocati allo stesso modo come fossero degli scolaretti da rimettere in riga, addossando a loro tutte le colpe di ritardi e malfunzionamenti del sistema giustizia.

Altro tassello aberrante della 'Riforma Davigo' è quello di "rivedere il patrocinio gratuito a spese dello Stato per i non abbienti", proposta che comporterebbe inevitabilmente ricadute negative sulla qualità della difesa degli imputati. Questa è l'idea di Davigo: “La non abbienza è una categoria fantasiosa, perché molti imputati risultano nullatenenti. Così lo Stato paga i loro avvocati a piè di lista per tutti gli atti compiuti, e quelli compiono più atti possibile per aumentare la parcella. Molto meglio fissare un forfait una tantum secondo i tipi di processo: così gli avvocati perdono interesse a compiere atti inutili. E lo Stato, con i risparmi, può difendere gratis le vittime, che invece la dichiarazione dei redditi la presentano e di rado accedono al gratuito patrocinio”.

Per la serie: riduciamo le pensioni sociali per gli invalidi perché nel mucchio c'è parecchia gente che ci marcia. Peraltro, va detto, ad oggi il pagamento del compenso per gli avvocati iscritti alle liste del patrocinio a spese dello Stato - la cui ratio è quella di garantire il diritto alla difesa come da dettato costituzionale - avviene a distanza media di 4 anni dalla fine del grado di giudizio. Andrebbe inoltre ricordato al Giudice Davigo che è prassi consolidata la decurtazione di almeno il 50% del compenso richiesto dai difensori, che nel frattempo hanno anche sostenuto dei costi vivi nell'attesa di venire pagati 'a Babbo morto' e senza sapere, prima di farsi carico della difesa, quale compenso gli verrà riconosciuto.

Difronte a queste proposte la Camera Penale aveva chiesto di impedire a Davigo di parlare oggi, inviando una lettera anche al Presidente Mattarella e al CSM. La richiesta è stata giustamente respinta, ma la loro civile protesta è oggettivamente più che comprensibile. Fortunatamente Davigo ha sempre giurato di non avere alcuna intenzione di intraprendere una carriera in politica; c'è solo da sperare che abbia detto la verità.

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