Ex Ilva, accordo tra ArcelorMittal ed ex commissari ma i sindacati lo bocciano

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Schiarita sull’ex Ilva: l’atteso pre-accordo tra ArcelorMittal e gli ex commissari del polo siderurgico italiano con base a Taranto (il più grande d’Europa) è arrivato. La firma dell’intesa, avvenuta in queste ore, comporta la modifica del contratto di affitto e acquisizione già sottoscritto dal colosso franco-indiano dell’acciaio.

L’accordo prevede la cancellazione della causa civile che era stata intrapresa davanti al tribunale di Milano circa quattro mesi fa dopo che ArcelorMittal aveva deciso di rescindere il contratto di affitto e successiva acquisizione degli impianti ex Ilva.

Da allora le trattative tra governo e azienda sono proseguite fino al raggiungimento dell'intesa di oggi. Secondo l’accordo qualora entro il 30 novembre prossimo non venisse firmato il Nuovo Contratto di Investimento, Mittal dovrebbe sborsare 500 milioni, il prezzo di un eventuale recesso.

Ma i sindacati sono già sul piede di guerra, ricordando che l’accordo di settembre 2018 prevedeva condizioni decisamente migliori: "Il negoziato avvenuto da novembre 2019 non ha visto alcun coinvolgimento delle organizzazioni sindacali. Alla luce dei contenuti appresi riteniamo assolutamente non chiara la strategia del Governo in merito al risanamento ambientale, alle prospettive industriali e occupazionali del gruppo".

Secondo il comunicato unitario diffuso da Cgil, Fiom, Cisl, Fim, Uil e Uilm: "Nei fatti il pre-accordo prevede una fase di stallo da qui alla fine del 2020 per quanto riguarda le prospettive e l’esecuzione del piano industriale. (...) Tutto questo arriva dopo due anni di ulteriore incertezza, particolarmente rischiosa per una realtà industriale che necessita invece di una gestione attenta e determinata. A ciò si somma una congiuntura sfavorevole del mercato dell’acciaio".

Le organizzazioni sindacali lamentano una "totale indeterminazione: il periodo di tempo senza una governance chiara; il ruolo delle banche e dell’investitore pubblico; il mix produttivo tra ciclo integrale e forni elettrici; il ruolo conseguente delle due società; la possibilità con questo piano di occupare i 10.700 lavoratori più i 1.800 in amministrazione straordinaria e i lavoratori delle aziende di appalto, che l'accordo del 6 settembre 2018 assicurava".

Gli investimenti previsti non sono sufficienti e l’intero piano rischia di non essere sostenibile: "Il pre-accordo prevede un aumento dei lavoratori in cassa integrazione e il vincolo dell’accordo sindacale entro il 30 maggio senza una nostra preventiva condivisione del piano e degli strumenti adottati. L’assetto complessivo del piano rischia di essere insostenibile alla luce della sua scarsa verticalizzazione produttiva (tubi, laminati, lamiere, treni nastri) i cui investimenti sono molto inferiori al piano da noi sottoscritto e la positiva previsione di ripartenza dell’Afo5 ha tempistiche del suo rifacimento troppo dilatate nel tempo".

L’accordo che era stato firmato invece a settembre 2018 "non prevedeva esuberi né l’utilizzo della cassa integrazione, garantiva la presenza di un grande produttore di acciaio a eseguire il piano stabilito", fattore che ad oggi rimarrebbe "la migliore garanzia di tutta l’occupazione, del risanamento ambientale e del rilancio produttivo".

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