Coronavirus, le terapie intensive della Lombardia: "Rischiamo disastrosa calamità sanitaria"

La Lombardia è al momento la Regione italiana più durante colpita dall'epidemia di coronavirus COVID-19, teatro del primo focolaio italiano a Codogno. Nel corso delle ultime due settimane, lo dicono i numeri della Protezione Civile, i casi hanno fatto che aumentare e le strutture sanitarie sono vicine al collasso. I posti letti in terapia intensiva scarseggiano e con l'aumentare dei casi di positività crescono anche i rischi per tutti quei pazienti già ricoverati in terapia intensiva e non direttamente collegati all'epidemia di coronavirus.

Oggi il Coordinamento delle terapie intensive della Regione Lombardia ha inviato una lettera al Presidente della Regione Attilio Fontana per chiedere misure tempestive finalizzate ad evitare una "disastrosa calamità sanitaria":

L’intera rete delle terapie intensive è stata ristrutturata, creando strutture dedicate nelle quali, completamente bardati per difendersi dall’infezione, si lavora con grande fatica per assistere malati gravi e gravissimi, la cui vita dipende da apparecchiature tecnologicamente complesse disponibili purtroppo in numero limitato. Anche per questo motivo è assolutamente necessaria l’immediata adozione di drastiche misure finalizzate a ridurre i contatti sociali e utili al contenimento dell’epidemia. In assenza di tempestive ed adeguate disposizioni da parte delle Autorità saremo costretti ad affrontare un evento che potremo solo qualificare come una disastrosa calamità sanitaria.

In queste ore si sta valutando il trasferimento di alcuni pazienti ricoverati in terapia intensiva in altre Regioni d'Italia, la maggior parte dei quali - ma si attendono ancora conferme - dovrebbero essere pazienti non positivi al COVID-19. L'ipotesi è di trasferire altrove i pazienti non contagiati dal nuovo coronavirus in strutture ospedaliere non ancora raggiunte dall'epidemia e liberare posti letto per i pazienti positivi al COVID-19 nelle terapie intensive degli ospedali in cui sono già presenti pazienti contagiati.

Cosa succederebbe se non si riuscisse ad organizzare un trasferimento del genere e il sistema delle terapie intensive arrivasse davvero al collasso? La risposta arriva dal documento diffuso dalla Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva che ipotizza uno scenario in cui, non potendo fornire a tutti le giuste cure, si dovranno fare delle scelte e stabilire dei criteri atti a privilegiare i pazienti con la maggiore aspettativa di vita:

Come estensione del principio di proporzionalità delle cure, l’allocazione in un contesto di grave carenza (shortage) delle risorse sanitarie deve puntare a garantire i trattamenti di carattere intensivo ai pazienti con maggiori possibilità di successo terapeutico: si tratta dunque di privilegiare la “maggior speranza di vita”.
Il bisogno di cure intensive deve pertanto essere integrato con altri elementi di “idoneità clinica” alle cure intensive, comprendendo quindi: il tipo e la gravità della malattia, la presenza di comorbidità, la compromissione di altri organi e apparati e la loro reversibilità. Questo comporta di non dover necessariamente seguire un criterio di accesso alle cure intensive di tipo “first come, first served”.

All'accesso alla terapia intensiva, in caso di maxi emergenza, potrebbe essere imposto un limite di età:

Non si tratta di compiere scelte meramente di valore, ma di riservare risorse che potrebbero essere scarsissime a chi ha in primis più probabilità di sopravvivenza e secondariamente a chi può avere più anni di vita salvata, in un’ottica di massimizzazione dei benefici per il maggior numero di persone.
In uno scenario di saturazione totale delle risorse intensive, decidere di mantenere un criterio di “first come, first served” equivarrebbe comunque a scegliere di non curare gli eventuali pazienti successivi che rimarrebbero esclusi dalla Terapia Intensiva.

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