Medici lombardi contro le istituzioni: "Ci hanno esposto a rischio catastrofico noto da novembre"

Il sindacato chiede kit protettivi completi e tamponi.

Medici lombardi esposti a rischio catastrofico

Il sindacato dei medici di famiglia lombardi della Fimmg ha inviato una lettera di "diffida e messa in mora" a Regione Lombardia, Agenzia di tutela della salute (Ats), procuratori della Repubblica, prefetti e Procura generale della Corte dei Conti per denunciare una serie di gravi mancanze da parte del Ministero della Salute e della Regione Lombardia che hanno messo i medici di fronte a "un rischio catastrofico senza misure di sicurezza adeguate, trovandosi nella condizione di essere involontari potenziali vettori dell'infezione" da Covid-19 che è un virus dalle "caratteristiche prima inedite".

Quello che viene sottolineato nella lettera è che il rischio era in realtà noto alle autorità già da novembre 2019, infatti si legge:

"Il ministro della Salute e la Regione Lombardia, nonostante le notizie internazionali che fin dalla fine del mese di novembre 2019 evidenziavano un rischio biologico per l'intera popolazione mondiale e la presenza, in Regione Lombardia, di tre aeroporti internazionali non hanno predisposto alcun piano dei rischi, alcuna sorveglianza sanitaria all'accesso agli ospedali e non hanno previsto un protocollo di sicurezza per l'acquisto di dispositivi di protezione idonei a scongiurare la propagazione del rischio biologico attraverso i sanitari"



La segretaria Paola Pedrini sottolinea come "quest'obbligo di valutazione del rischio biologico" fosse "chiaramente indicato anche nell'art. 271 del D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81" e "dalle Organizzazioni internazionali, prime tra tutte l'Oms". Inoltre, si legge ancora nella lettera:

"Non risultano inviati ai medici e alle loro organizzazioni alcun protocollo e/o elenco di dispositivi medici idonei a proteggere dal rischio i medici e il personale di studio, ove presente, in una situazione di pandemia"

E Pedrini fa notare anche:

"Fin dall'inizio dell'epidemia, i medici segnalarono alle Ats di competenza di essere venuti a contatto con pazienti potenzialmente infetti e richiesero un test di controllo dell'avvenuto contagio. Ancora oggi le Ats lo rifiutano fino alla manifestazione della sintomatologia e, anzi, molti medici nonostante la malattia manifesta sono sottoposti a test dopo molti giorni per assenza di tamponi. Senza entrare nel merito, nella situazione epidemiologica attuale, dell'opportunità e dell'estensione dell'effettuazione dei tamponi agli operatori sanitari tale verifica è stata negata anche nelle fasi iniziali, nelle quali poteva avere un'importante funzione profilattica. Si consideri che in tale fase venivano eseguiti controlli a tappeto su personalità politiche e amministrative. Questi ritardi comportano il rischio che pazienti, famigliari e/o colleghi di lavoro siano infettati senza che alcuno provveda al loro isolamento"

La sindacalista evidenzia anche come ancora oggi non siano state fornite protezioni adeguate per fronteggiare il rischio, eccetto "risibili quantità di mascherine chirurgiche monouso del tutto insufficienti a far fronte anche in minima parte alle esigenze". Per questo viene chiesto che, entro 72 ore, vengano fornite ai medici di base e di continuità assistenziale dei kit protettivi completi, in numero adeguato e di qualità idonea. Inoltre viene chiesto di sottoporre tutto il personale sanitario a tampone ed eventualmente anche i famigliari e conviventi nel caso in cui risultino positivi. Viene anche chiesto di concordare con i sindacati le modalità di assunzione di nuovi operatori sanitari e quelle di organizzazione e di operatività delle Unità speciali di continuità assistenziale. Le richieste appaiono più che legittime per la salute di tutti, medici e pazienti, vista la già enorme quantità di operatori sanitari contagiati.

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