Berlusconi, "incantatore di serpenti". E Monti e Bersani ...

Come ricordava nel suo Libretto rosso Mao Tse-tung: “La rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo, non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia, la rivoluzione è un atto di violenza”. Già. Fatte le debite proporzioni storiche e considerate le diverse stature dei personaggi (nel bene e nel male) pare proprio che anche Mario Monti prenda coscienza proprio adesso di quanto sia impervia la “salita in politica” per poter rivoltare come un calzino la politica e il Paese.

Anche la campagna elettorale in corso – fin qui uno show da avanspettacolo di terz’ordine – non è per il Prof candidato premier “un pranzo di gala”, sempre più stretto nella morsa dei due schieramenti, non indolore anche sul piano personale, per uno abituato a pontificare ex cathedra e non a proprio agio nell’arena dello scontro politico diretto.

Il nodo è però politico, con Monti che deve contrastare contemporaneamente la doppia offensiva sul “voto utile”, da Berlusconi da una parte e da Bersani dall’altra, dimostrando la vocazione maggioritaria del suo partito o, quanto meno, la insostituibilità della terza gamba centrista. Intanto Monti esce appannato dalla composizione delle liste centriste, dove non mancano candidati di tutto rispetto, ma mosche bianche fra gli impresentabili imposti da Casini e Fini, vera e propria zavorra per il Prof.

Altro limite è quello della collocazione “terzopolista”, non credibile a causa del Porcellum e anche per un bipolarismo coatto su cui regge l’impianto elettorale e l’impalcatura delle alleanze post voto, in vista di una possibile maggioranza e di un nuovo governo. La coperta è corta anche per Monti che, sempre più marcatamente, volge lo sguardo a sinistra, per un possibile accordo con il Partito democratico, dove il gioco delle parti è via via sempre più scoperto: il segretario Bersani usa la carota nei confronti di Monti e il vice Franceschini usa il bastone. Il Pd vorrebbe i centristi alleati ma con voti solamente “aggiuntivi” (in particolare al Senato) e non “decisivi”.

Ecco perché, di fronte a questa pantomima tutt’altro che esaltante, ha (addirittura) buon gioco Silvio Berlusconi che a Radio Anch’io semplifica: "Da parte nostra non ci sono toni
agguerriti con il Pd, al massimo con i partitini centro" ma
abbiamo già "chiarito che sono stampelle", perché "tra Monti e il
Pd c'è un accordo per stare insieme" dopo le elezioni, è come il
"paghi uno e prendi due". "Il centrino - ha insistito - è alleato, è spalla, è
ruota di scorta del Pd. Voti Monti e ti ritrovi Bersani e Vendola".
 Poi il Cavaliere torna al solito refrain delle promesse e incolpa i leghisti, con cui si è appena ri-alleato, delle mancate riforme. E ri-promette che farà il Ponte sullo Stretto.

Il Cav resta impresentabile, ma anche un “perfetto incantatore di serpenti” (Susanna Camusso), lo dimostra il fatto che risale nei sondaggi come se non avesse mai governato il Paese. Bersani grida: “Basta questo cabaret e il cancro dei personalismi”, ma lo dice male e dal pulpito di un Pd poco credibile. E Monti, sentito su facebook, meglio che taccia…

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