L’Europa sottovalutò il rischio pandemia tre giorni prima del caso di Codogno

In una riunione del Centro europeo per il controllo e la prevenzione delle malattie il rischio per il sistema sanitario era considerato basso o moderato.

Europa aveva sottovalutato rischi coronavirus

Alcuni importanti quotidiani europei come El País e Repubblica hanno potuto visionare il verbale di una riunione del Centro europeo per il controllo e la prevenzione delle malattie (Ecdc) che si è tenuta il 18 febbraio. Al termine di quell’incontro è stato elaborato un documento conclusivo di 130 punti, ma il coronavirus, che allora era già un’emergenza, ma solo in Cina, con ancora pochissimi casi in Europa, occupava solo 20 di quei punti.

Appena tre giorni dopo quella riunione è stato scoperto il paziente 1 a Codogno e nel giro di pochi giorni la situazione è completamente degenerata. Fino a quel momento, invece, erano stati diagnosticati solo 45 contagi da coronavirus un Europa e tutti importati. Tra quei 45 c’erano anche i due turisti cinesi che si trovavano a Roma, ricoverati allo Spallanzani.

In pratica, quello che emerge da quella riunione, è che l’Ecdc in quei giorni di febbraio ancora sottovalutava i rischi connessi alla diffusione del coronavirus. Era presente l’italiana Silvia Declich dell’Istituto Superiore di Sanità, unica in quel meeting a chiedersi se gli asintomatici potessero essere contagiosi, una domanda, la sua, che in quel frangente è stata sostanzialmente ignorata e non ha ricevuto alcuna risposta, anche perché, effettivamente, in quel momento si sapeva ancora troppo poco sul virus.

L’Ecdc era però arrivata alla conclusione che il rischio per la popolazione in quel momento fosse basso e che il rischio per il sistema sanitario fosse basso o moderato. Purtroppo ci avevano capito davvero poco. I membri dell’Ecdc, infatti, non ritenevano né necessario prevedere dei test per cercare di capire se fosse già iniziata la trasmissione a livello nazionale del virus, né si preoccupavano di procurarsi i mezzi o di delineare un piano di contenimento. Alla fine erano tutti convenuti sull’idea di attenersi alle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Già in quella riunione, tra l’altro, si parlò della carenza di dispositivi di protezione individuale, ma comunque non si penso ad alcun piano per poterseli procurare. Non si discusse approfonditamente nemmeno dei problemi di capacità di letti negli ospedali, un problema che era stato affrontato in quel momento solo dal rappresentante della Danimarca.

E per quanto riguarda i tamponi, in quel momento l’Ecdc riteneva utile farli solo a chi aveva viaggiato a Wuhan e pensava che non servissero nemmeno ai pazienti con sintomi, né a quelli ricoverati in terapia intensiva con polmonite di origine sconosciuta. Solo il membro danese fece notare che in un caso di polmonite grave sarebbe stato logico cercare il virus e chiese di farsi trovare “proattivi” e “preparati” come in Giappone e Vietnam, ma le sue richieste rimasero senza risposta. Pochi giorni dopo, però, l’epidemia esplose nel Nord Italia e arrivarono anche i primi decessi per coronavirus.

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