Via D’Amelio, 28 anni dopo. Commemorazione e veleni: "Marchio del Viminale sulla morte di Borsellino"

anniversario Borsellino 27 anni fa via d'amelio

19 luglio 1992/2020. Oggi, 28 anni fa, la strage di Via d’Amelio a Palermo, nella quale morirono il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta, Emanuela Loi, Eddie Walter Cosina, Agostino Catalano, Claudio Traina e Vincenzo Li Muli. L’attentato avveniva a neanche due mesi di distanza dalla bomba che uccise l’amico fraterno e collega di Borsellino Giovanni Falcone, la moglie e la scorta, segnando il secondo eclatante atto della guerra lanciata dalla mafia allo Stato in quell’anno.

È un giorno del ricordo della strage di Via D’Amelio diverso da tutti gli altri, a causa delle misure anti Covid in atto. Il Movimento delle Agende Rosse, l’agendina da cui il giudice non si separava mai scomparsa dal luogo dell’autobomba, terrà un presidio fisso in Via D’Amelio per tutta la giornata e trasmetterà i suoi messaggi in streaming via social.

Nel pomeriggio, alle 18, si terrà un dibattito su 41 bis ed ergastolo ostativo per i detenuti di mafia dal significativo titolo: "Cedimenti nella legislazione antimafia: riforme necessarie o inammissibili benefici per la criminalità mafiosa?". Stamattina corone di alloro verranno deposte sulle tombe delle vittime della strage nei cimiteri di Palermo mentre presso la questura del capoluogo alla commemorazione parteciperanno le autorità civili e militari.

Mattarella: Borsellino continua a indicare la via

"Borsellino era tutto ciò che la mafia e i suoi accoliti temono di più: coraggio, determinazione, incorruttibilità, senso dello Stato, competenza professionale" ricorda il Capo dello Stato Sergio Mattarella nell’anniversario della strage. Una "limpida figura" che "continuerà a indicare la via del coraggio, dell'intransigenza morale, della fedeltà ai valori della Repubblica".

Via D’Amelio, le indagini e il "depistaggio di Stato"

Intanto l’avvocato Fabio Repici, legale di Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso, come riferisce l’Agi rilancia sui tanti punti oscuri delle indagini sulla strage e su quello che definisce un vero e proprio depistaggio di Stato: "Il pilastro della sentenza di via D'Amelio è quella del processo quater della corte d'assise di Caltanissetta chiusa il 20 aprile del 2017. Dalla motivazione sono tre gli elementi portanti: a favorire le calunnie di Vincenzo Scarantino sono stati quei soggetti che lo avevano in mano e lo controllavano e mi riferisco ai poliziotti del gruppo Falcone-Borsellino comandato da Arnaldo La Barbera; il depistaggio ha avuto il fine di sottrarre all'accertamento della verità i concorrenti esterni a Cosa Nostra; i giudici hanno affermato che quello fu un depistaggio di Stato, perché vi hanno preso parte soggetti delle istituzioni. La Barbera non ha agito certamente da solo, ha risposto agli ordini dei suoi superiori gerarchici dell'epoca".

Secondo Repici: "L'attentato di via D'Amelio ha il marchio del Viminale e della Polizia di Stato" di allora. "Borsellino - prosegue il legale - prima di morire aveva richiesto la collaborazione di un funzionario di Polizia, Calogero Germanà, che da funzionario della Criminalpol stava investigando su una vicenda che il giudice aveva molto a cuore e che probabilmente ci consente di individuare anche l'amico che l'aveva tradito, secondo le parole dei suoi colleghi Camassa e Russo".

Cioè? "Si tratta del tentativo di aggiustamento del processo per l'omicidio del capitano Basile. Germanà indaga, deposita una informativa alla Procura di Marsala e viene chiamato due ore dopo dal vicecapo della Polizia e convocato subito al Viminale. Dopo alcuni giorni gli arriva la comunicazione del suo trasferimento al commissariato di Mazara del Vallo. Due mesi dopo, succede una cosa che nella storia della mafia non si è mai vista: tre capi del calibro di Giuseppe Graviano, Leoluca Bagarella e Matteo Messina Denaro agiscono da killer e sparano. Uccidere Germanà, evidentemente, avrebbe consentito loro di prendere un titolo di merito da spendere poi in altri tavoli" aggiunge Repici che segue il processo per depistaggio ai tre poliziotti del pool che indagò su Via D’Amelio - Mario Bò, Fabrizio Mattei e Gabriele Ribaudo - accusati dalla procura di Caltanissetta di calunnia aggravata dall’aver favorito cosa nostra.

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