I Radicali ammastellati


I Radicali sono una forza politica a cui tutta l’Italia – di destra e di sinistra – deve molto. Su questo c’è poco da discutere, perché è la storia a parlare chiaro: sono stati artefici di grandi battaglie di civiltà, di quelle che magari nel momento vengono boicottate dalle forze della conservazione sociale (da noi sempre pronte a fare ammùina), ma che restano per le generazioni a seguire come pietre angolari di civiltà.

Dall’aborto, al divorzio, alla libertà di ricerca scientifica (grazie anche alla connessione con l’Associazione Luca Coscioni), alla lotta contro la pena di morte, il Partito Radicale è stato da sempre artefice di posizioni di grande rilievo e modernità. Fa proprio per questo sempre più tristezza il crinale intrapreso da questo partito.

Ormai sballottato a destra e manca dai suoi un tempo benemeriti timonieri – Pannella e Bonino – oggi ridotti a fare schiamazzi perché i nove candidati concessi dal PD sono ritenuti non essere tutti in posizioni sicure. Come a dire “che si perda o si vinca, noi sempre nove parlamentari vogliamo”.

Una posizione francamente fastidiosa, specie quando persone che la candidatura in posizione sicura nel PD se la meriterebbero appieno – come Ivan Scalfarotto e Mario Adinolfi – accettano posizioni in bilico e le rivendicano come una spinta a lottare per vincere.

E che dire di Pannella, che ha iniziato l’ennesimo sciopero della sete per questo motivo? Sarebbe contento Gandhi, da sempre citato da Pannella come modello delle sue forme di protesta, di questa lotta per la poltrona? Perché una cosa è fare lo sciopero per la moratoria sulla pena di morte, o contro una legge ingiusta.

Ma quando si comincia a fare il satyagraha per essere settimi e non noni in lista, si rischia davvero di trasformare anche le battaglie precedenti in burletta. E questo non dovrebbe essere permesso, neanche se ha farlo è il factotum del partito, anche e soprattutto per il suo glorioso passato.

Perché se questa è la linea radicale oggi, allora dice bene Luca Sofri, quando sostiene che “i radicali è bene che ci stiano, nel PD: ma se deve diventare una pagliacciata capricciosa sul numero dei seggi, lasciamo stare, ok?”.

Ecco, queste scene pietose sulle posizioni in lista si potevano evitare. Non solo perché creano problemi d’immagine, proprio mentre la campagna elettorale del PD è giocata su compattezza e unità, ma anche perché danno una brutta immagine dei radicali stessi.

Da forza il cui ingresso nel PD è da festeggiare – perché riequilibra le sbandate filo-CEI dei teodem – a ennesimo esempio di politica all’italiana, sul numero di poltrone, il passo è brevissimo. Se poi a fare questo passo è proprio la forza che, per bocca di Pannella stesso, tuonava ogni due per tre contro la partitocrazia avida di poltrone (e magari ci faceva pure qualche sciopero della fame), l’impatto può essere rovinoso.

Se politici come la Bonino e Pannella, invece di buttarsi anima e corpo in una difficile campagna elettorale, si mettono al livello di Mastella minacciando da percentuali poco sopra l’1%, vuol dire che qualcosa non funziona più nella macchina radicale.

Perché ciò che sembra oggi è che mentre Veltroni continua instancabile a urlare che “si può fare”, i Radicali brontolino al bar “L’importante e che ce la facciano i nostri nove”. Se è così, abbandonino subito il progetto del Parti Democratico, e ritornino a fissarsi l’ombelico nelle inconcludenti assemblee del partito monarchico che sono diventati.

Fare di queste mosse in questo momento è non capire che solo la confluenza come forza vitale del PD può permettere all’anima radicale – intrappolata in un partito ormai sclerotico e caricaturale come il suo leader – di rilanciarsi sui temi concreti all’interno di una forza moderna e plurale.

E se si è diventati così ciechi da non capire una cosa talmente palese, forse è tempo che Pannella e la Bonino si facciano da parte, e lascino i Radicali al loro futuro. Non a loro epigoni o pupazzi piacioni manovrati a piacimento, ma a persone nuove, che ne sappiano fare una forza costruttiva all’interno del PD.

In altro caso, queste scaramucce saranno il segnale dell’ennesimo passo verso la morte di un movimento dal passato glorioso e dal necessario presente, soffocato sempre più dall’autocompiacimento e dall’aver perso la spinta a cambiare che lo contraddistingueva.

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