Pd, Matteo Renzi c'è, ma nessuno sa dov'è

Dopo il ballottaggio delle primarie, lo sconfitto Matteo Renzi non andò a Canossa ma bussò invano per un mese prima di incontrarsi il 3 gennaio scorso con Pierluigi Bersani a pranzo da “Grano”, nota trattoria in pieno centro a Roma. Il segretario del Pd, in tal modo, fece capire al “rottamatore” chi aveva il bastone del comando e il sindaco di Firenze, grazie anche al mese di tempo avuto per sbollirsi, scelse la linea dell’allineamento annunciando di impegnarsi nella campagna elettorale (dando una mano in particolare sui media, nelle trasmissioni televisive e nelle zone più difficili per il Pidì) in vista delle difficili elezioni politiche, ricevendo in premio posti nelle liste per i suoi seguaci.

La mossa di Bersani muoveva da motivazioni tutte politiche, utilizzando Renzi in funzione di tamponamento anti Berlusconi (l’avversario) prima e anti Monti (il competitor) dopo: in altre parole il “moderato” sindaco di Firenze doveva convincere gli elettori moderati del Pd a non traghettare verso altri lidi, quello di destra del Cav e quello di centro del Prof.

Ora, a un mese dal voto, cosa ha prodotto la siglata “pax” della colazione romana? La grana di Bersani non è Berlusconi, utile come nemico e bersaglio centrale per tenere unito il Pd e non solo: i rischi vengono dal centro di Monti, capace di entrare pesantemente nella prateria dell’elettorato berlusconiano ma anche di rosicchiare voti dell’area riformista del Pd e vengono da sinistra con Ingroia, Grillo, Vendola ecc.

Ecco, che fa il “riformista” Renzi? Sta a guardare, ai margini della contesa elettorale, aspetta. Aspetta cosa? Di capire fino in fondo qual è il suo ruolo effettivo nel Partito democratico, che solo apparentemente – specie in periferia - ha rimarginato le ferite della campagna delle primarie. Il “rottamatore” sa che non può fare strappi e non può sgarrare dalla linea del segretario perché poi gli verrebbe addebitato ogni voto perso dal Pd e, all’opposto, non potrebbe sedere al tavolo della vittoria, in caso di successo elettorale. Matteo c’è, dà una mano, ma senza strafare e senza troppo sudare, preservando le sue forze per il dopo e per il dopo del dopo.

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