Elezioni 2013, Radicali fuori dalle elezioni regionali del Lazio: troppe donne in lista

La lista Amnistia, Giustizia, e Libertà che avrebbe dovuto concorrere alle elezioni regionali del Lazio del prossimo 24 e 25 febbraio è stata bocciata dalla Corte d'Appello di Roma: i Radicali dunque, "galassia" nella quale si colloca la lista Amnistia, Giustizia, e Libertà, non parteciperanno (ricorsi permettendo) alle prossime elezioni regionali del Lazio.

Il motivo è legato ad una sorta di "quota azzurra" o "quota rosa al contrario": il listino infatti sarebbe dovuto essere composto, secondo la legge elettorale regionale, per metà da donne e per metà da uomini, ma

una disparità di genere,

cioè la presenza di ben 5 donne su 10 candidati, ha portato al "no" della Corte d'Appello.

Sembrerebbe matematicamente impossibile, ma è proprio così: il listino radicale riporta effettivamente 10 nomi, tra cui quello di Giuseppe Rossodivita il quale a norma di legge può ora vantare il sesso degli angeli: considerato esterno al listino in quanto candidato presidente, non rappresenta alcuno dei due generi (sempre a norma di legge).

I candidati della lista Amnistia, Giustizia, e Libertà sono dunque solo 9, di cui 5 donne: uno "sbilanciamento" che potrebbe rappresentare una discriminazione di genere, almeno per la Corte, e che ha portato al respingimento della lista; il problema era sorto già ieri, ed aveva convinto la candidata Antonella Casu a farsi da parte per ripianare l'equilibrio.

Non è tuttavia bastato e questo pomeriggio l'Ufficio elettorale centrale ha confermato l'esclusione della lista Amnistia, Giustizia, e Libertà dalle elezioni del Lazio:

Finora siamo stati in rispettoso silenzio in attesa della decisione ma questa è davvero ridicola. E' lo specchio del modo di pensare di una magistratura da riformare. Questi irresponsabili funzionari pubblici anzichè far votare i cittadini del Lazio, anzichè favorire la partecipazione democratica, si trincerano in bizantinismi che non hanno alcun appiglio normativo

si legge in una nota del candidato presidente Giuseppe Rossodivita; la Corte d'Appello ha motivato il respingimento del ricorso perchè

ne verrebbe meno la certezza del procedimento elettorale

mentre, sulla rinuncia della candidata Casu, questa sarebbe

stata tardiva, priva di effetti giuridici per meno di 24 ore.

Secondo Rossodivita l'assenza di una normativa precisa sul punto ha portato la Corte a pronunciarsi contrariamente al ricorso; il capolista non ci sta ed attacca:

da rabbrividire, l'unica certezza che viene meno, come accade ogni giorno in milioni di casi, è quella del diritto. L'ufficio elettorale di Roma due anni fa regalò tre consiglieri alla Polverini che poi dopo un mese il Tar fece decadere, ma che grazie a quel regalo oggi passano a riscuotere vitalizi pagati con le nostre tasse. Mica glieli pagano loro. Faremo ricorso, staremo alle elezioni e con la lista Amnistia, Giustizia, Libertà presente a livello nazionale e regionale, riformeremo questa giustizia italiana e riformeremo pure il Lazio. Con tutte le donne italiane!

Effettivamente la decisione della Corte d'Appello è quantomeno curiosa: in base alla legge elettorale regionale inoltre, nel caso una lista presentasse un numero di candidati dispari questa ha la facoltà di segnalare quale sarà la quota di genere in eccedenza (cosa che non è chiaro sia stata fatta dai Radicali): con Rossodivita fuori listino dunque il numero dei candidati di Amnistia, Giustizia e Libertà era 9, di cui 5 donne e "solo" 4 uomini: la norma tuttavia è complessa e, spesso, lacunosa, come spiegato da Rossodivita.

Il fallocentrismo e l'ipocrita legge sulla parità (che certamente non si ottiene bloccando le quote rosa o le quote azzurre nei listini) hanno probabilmente fatto il resto: in un Paese in cui solo un parlamentare su cinque è donna (la media europea è di uno su tre) questa è una decisione quantomeno paradossale che farà certamente discutere.

Sicuramente i Radicali, che dopo l'esplosione dello scandalo di Er Batman-Fiorito (su denuncia dei due consiglieri Rossodivita e Berardo), la successiva "epurazione" dal Pd ed il "taxi", perso, messo a disposizione da Storace, devono ora fare i conti con l'ennesimo "no", questa volta proveniente dalla magistratura.

Foto | Radio Radicale

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