L'Aquila - G8 - Le proteste dei giornalisti per un evento di plastica, gli arrivi a Coppito e lo "Yes We Camp"

G8 2009


Questo pezzo, scritto dalla sala stampa 2 del Media Village di Coppito, non doveva iniziare così (e veramente era cominciato in mattinata, ma gli eventi non sono andati esattamente come si voleva. Giusto dunque darne conto a chi non c'è. Il G8 (nell'immagine ufficiale ANSA che, bontà loro, viene assicurata ai giornalisti accreditati, la foto di famiglia), per tutti coloro che non fanno parte dei media mainstream è un evento di plastica.

Ci sono 3500 accreditati che ciondolano da un posto all'altro dell'evento, mendicando informazioni o rassegnandosi a sedere sulle poltroncine e a gustarsi il catering - quello no, non manca - mentre tutto scorre a beneficio dei grandi media. Gli eventi sono limitati a 15, 20 posti, 50 quando va di lusso, e assegnati sulla base di criteri non esplicitati ma evidenti per chi abbia un minimo di spirito di osservazione.

Il sito ufficiale non è mai aggiornato, anche se ci si dice il contrario. Non esiste un programma scritto: te lo mostrano, non te lo fotocopiano (perché accanto all'evento c'è la testimonianza scritta del numero dei posti disponibili, mi dico io, che penso male, eh). Non si riesce nemmeno a avere le immagini ufficiali aggiornate.

Si arriva al punto, fra le proteste di giornalisti italiani e stranieri (questi ultimi i più veementi), di chiedere l'accredito per un evento a caso, uno qualsiasi a discrezione di chi gestisce (la Protezione Civile, come il post-terremoto). L'unico risultato che si ottiene è suscitare l'ilarità degli astanti. E' già qualcosa...

Per un po' non c'è nessuno che parli almeno inglese - nemmeno l'ufficio stampa di Palazzo Chigi (!). Poi ci si sente dire da un giornalista belga che tanto è tutto perfetto, per gli italiani, perché almeno il cibo non manca. Da una reporter messicana che è il peggior evento a cui abbia mai assistito. Qualcuno si lamenta ad alta voce, è italiano: se non volevate giornalisti, bastava dirlo vengono distribuiti badge a chi riesce a prenderli, tre o quattro: una specie di riffa, o di lotta nel fango. Ne esco sconfitto. In effetti, è inutile accreditare 3500 persone per vantare il grosso numero se poi non si riesce a soddisfare le esigenze della maggior parte di chi si trova qui per lavorare, documentare, fotografare, filmare, ascoltare.

Mi sento rispondere, da uno degli addetti della Protezione Civile, che siamo in numero 80 volte superiore alle possibilità di gestione delle richieste. Bene. Ma chi l'ha deciso il numero? Il risultato è, come dicevo, un evento di plastica. Mi piacerebbe renderne conto in maniera esaustiva a voi lettori, ma per farlo dovrei limitarmi a leggere e reinterpretare comunicati stampa o a fare copia-incolla da qualche agenzia.

Il che non sarebbe né giornalismo né nanopublishing, non sarebbe un bel niente. Questo pezzo inizia, dunque, lamentando gli enormi problemi organizzativi del G8, che risulta chiuso e inaccessibile a chiunque non appartenga a pochi big. Ciò detto, ecco come sarebbe iniziato, questo pezzo, che cominciavo a scrivere alle 13:30 di oggi, prima di lasciarmi travolgere dai rimbalzi da un ufficio (dis)informazione all'altro.

Yes we camp

Mentre scrivo, stanno arrivando le delegazioni alla Caserma della Guardia di Finanza di Coppito, che ospita il meeting del G8, e fra poco si celebrera' il rito della "foto di famiglia": e' fatta. Anche se questa notte i nostri sonni a L'Aquila sono stati turbati da una piccola scossa (magnitudo 2.8, avvertibile negli edifici in muratura ma non certo preoccupante), i grandi della terra sono finalmente approdati nel capoluogo abruzzese.

Se dovesse capitare loro - cosa che immagino - di essere totalmente embedded, come capita ai giornalisti ufficiali, quelli che non hanno pensato a organizzare autonomamente la loro permanenza a L'Aquila, be', allora questi grandi, della situazione degli aquilani e della "vita vera" della popolazione civile, che ha a che fare con una citta' militarizzata a livelli inimmaginabili, vedranno ben poco. In mattinata, Angela Merkel ha visitato, con il premier Silvio Berlusconi, Onna, il paese piu' martoriato dal terremoto, e la Germania ha preso impegni in merito alla ricostruzione. C'e' da augurarsi che questi impegni tengano conto delle esigenze della popolazione e del loro desiderio di una ricostruzione dal basso (come si diceva ieri), anche perche' non basta riedificare le case. Bisogna riportare il lavoro, la vita vera a L'Aquila.

E, per sottolineare la condizione estremamente difficile della popolazione aquilana, sono intervenuti, con un'azione assolutamente pacifica ma molto funzionale dal punto di vista della comunicazione e nel giro di un'ora una scritta e' apparsa sulla collina di Roio, che domina il parcheggio da cui partono le navette dei giornalisti, quello del centro commerciale L'Aquilone. La scritta scimmiotta il motto di Obama: Yes, We Camp dice, ed e' un messaggio voluto dai giovani del 3e32. In ballo, come ricordano i portavoce del campo autogestito, non c'e' solo il problema-G8. In ballo c'e' il futuro della loro citta', il loro futuro. Magari, i grandi del Pianeta, totalmente embedded (come capita a noi giornalisti, pensate, sono in attesa da ieri di sapere se potro' seguire il giro di Obama a L'Aquila - temo di no, per ovvie ragioni - e comunque mi e' proibito lasciare o arrivare al Media Village senza i pullman preposti), grazie a questa bella idea potranno almeno porsi qualche domanda sulle reali condizioni del capoluogo abruzzese e dei suoi abitanti. Perche' se i media cercano di far passare che tutto va bene, anche grazie al G8, be', chi ha gli occhi per vedere capisce subito che non e' cosi'. Nel frattempo ve ne aveva data notizia il nostro Daniele. Non me ne vogliate, era giusto, ritengo, che il sottoscritto potesse testimoniare uno dei pochi eventi che ha visto e filmato con i propri occhi.

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