Al welfare italiano serve Maria De Filippi


Non è facile – ne sono consapevole - accostare il termine “welfare state” alla presentatrice di “Amici”, ma se leggerete questo post fino alla fine, il collegamento vi risulterà assolutamente evidente e comprensibile.

Al dibattito - tuttora aperto - sull’(in)adeguatezza delle politiche sociali del nostro paese abbiamo dedicato una lunga serie di post. Insistendo nell’indicare la presenza di un’ampia fascia di soggetti esclusi da qualsiasi forma di tutela sociale, punto su cui concordano tutte le ricostruzioni più accreditate.

Per capire di chi stiamo parlando, basta osservare i dati Istat degli ultimi decenni, che raccontano sempre la stessa storia: gli “esclusi” sono le donne (soprattutto meridionali), i giovani, gli inattivi e disoccupati al primo impiego (che spesso sono giovani e donne) e di lungo periodo.

Questi soggetti collezionano molte esclusioni: dalle politiche sociali, in primis. Dal mercato del lavoro, poi. Infine, e soprattutto, dall’attenzione dei politici. Questi ultimi cercano infatti di accontentare l’elettore mediano, che corrisponde nel nostro paese al lavoratore con contratto standard/tutelato, che diventa ogni anno più anziano (basti pensare al “protocollo del welfare”).

Queste considerazioni potranno risultare per molti lettori ripetitive in quanto sono le stesse espresse da esperti del settore come Giavazzi, Boeri, Ichino e Treu, che appaiono piuttosto spesso in TV. Se questo è vero, e se più del 90% della popolazione italiana guarda la televisione (dati Istat e Auditel), come si spiega il fatto che il dibattito pubblico su questi temi sia così ridotto? Come è possibile che, per fare un esempio, in tutta Europa si discuta ogni due per tre di Reddito minimo garantito, tranne che da noi e in Grecia?

Il fatto è che il messaggio degli studiosi del lavoro di cui sopra arriva al pubblico sbagliato: a seconda dei format e della fascia oraria cambia infatti la tipologia di telespettatore, e le trasmissioni in cui tali esperti intervengono (Ballarò, Annozero, 8 e mezzo, Report, Tg speciali ecc.) passano sul piccolo schermo generalmente in fasce orarie serali, raggiungendo un pubblico composto principalmente da nuclei familiari in età adulta. Proprio quelli meno esclusi da welfare e mercato del lavoro, e quindi meno interessati ad un cambiamento dello status quo.

In un modo o nell’altro quindi molte di queste trasmissioni risultano spesso non raggiungere le giovani generazioni, né buona parte del pubblico femminile meridionale, ovvero i principali esclusi del sistema italiano. Il messaggio, in altre parole, non raggiunge il suo destinatario.

Come rimediare a questa situazione? Qui entra in gioco Maria De Filippi: le proposte di Boeri & co. otterrebbero infatti maggiore attenzione se trasmesse in quei programmi televisivi il cui pubblico è costituito dai principali beneficiari potenziali di una riforma strutturale del nostro sistema di welfare.

Non si deve trattare per forza proprio di “Amici”: con “Maria De Filippi” si intende in senso lato lo spazio televisivo da lei occupato, cui corrisponde un pubblico prevalentemente giovane e femminile, spesso disoccupato o inattivo.

E’ proprio verso questo tipo di audience che andrebbe indirizzata tutta quella serie di informazioni sulle politiche sociali che attualmente trova spazio in programmi, come Ballarò, che non fanno altro che cercare di convincere gli “inclusi”ad aiutare gli “esclusi”. Con scarsi risultati, finora.

Si ringrazia F.G. per la collaborazione all'articolo

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