Zaia: "La Rai apra ai dialetti, a partire dalle fiction". Al di là delle violente reazioni politiche, perché no?


Come sempre, quando un partito propone qualcosa di inusuale e culturalmente controcorrente si scatena la ridda dei no da parte di un establishment politico fondamentalmente reazionario come quello italiano, e questo indipendentemente dalla sua collocazione a destra o sinistra. In passato si è assistito più volte a questo fenomeno (recentemente con le cosiddette gabbie salariali) che si identifica con il conservatorismo culturale, che poi è l'humus che dà da mangiare ai partiti stessi e ai suoi funzionari e caporioni.

Entrando nello specifico, il ministro alle politiche agricole Zaia (Lega Nord) ha osato spezzare una lancia in favore dei dialetti regionali, chiedendo che la Rai li tuteli promuovendo fiction e programmi di vario tipo - se non un intero canale - nelle lingue locali. Apriti cielo. Sarà il fatto che la proposta viene dalla Lega e quindi va ritenuta automaticamente provocatoria, ma le reazioni sono state più che sprezzanti, e badate bene più dal fronte alleato che dall'opposizione (che si è limitata a un netto disaccordo). Il più esagitato è stato l'Onorevole Bocchino (Pdl) del quale ricordiamo più che altro le gesta nell'affaire Global Service, che ha oxfordianamente commentato: "un'autentica fesseria la proposta di Zaia, da classificare come una boutade estiva, senza alcuna possibilità di applicazione".

Del passato di Bocchino citiamo uno stralcio di intercettazione con il noto imprenditore-faccendiere Romeo, tanto per ricordare con chi abbiamo a che fare:

Romeo: «Ciao Italo, solo per sapere come era andata…
Bocchino: «Benissimo, la dottoressa è stata molto cortese… l’ho fatta sedere vicino al sindaco… molto carina e poi oggi ci sentiamo per parlare con calma dell’albergo. C’era Ferruccio Ferrante, Andrea Ronchi, ti mandano tutti i saluti, ti ringrazia e…».
Romeo: «Facciamolo un punto anche su lui perché poi la dottoressa mi ha detto che si avvia una stagione di interlocuzione molto positiva con l’imprenditoria…».
Bocchino: «Sì, poi adesso viene a trovarlo, fa la prima cosa con la fondazione Aznar, poi verrà Sarkozy dopo che sarà eletto, insomma ha legato bene alcune operazioni… diciamo con i rapporti esteri».
Romeo: «Va bene, abbiamo fatto una buona figura».
Bocchino: «Ottima, mancavi solo tu…».

Detto questo, torniamo al nostro argomento-principe. Il dialetto è vittima di un antico pregiudizio culturale, nato dalla campagna di alfabetizzazione del paese. Fino al secondo dopoguerra lo sforzo disperato di insegnare l'italiano agli italiani passava proprio dall'estirpazione delle lingue locali, che lo sostituivano di fatto nella gran parte delle aree nazionali. Di qui la demonizzazione dei dialetti, a partire dalla scuola, per poi passare alla famiglia e a tutti gli ambiti sociali. In altre parole, il dialetto da allora venne additato come espressione di rozzezza e ignoranza.

Ma ora quei tempi sono lontani ed è venuto il momento di capire che i nostri dialetti sono stati la culla della nostra cultura regionale; una sorta di piccolo latino e greco in ambito territoriale. Senza dialetto non avremmo le commedie di Eduardo De Filippo e Carlo Goldoni, nè le poesie di Trilussa e Carlo Porta. E scusatemi per tutti coloro (tantissimi) che non ho citato per brevità.

Ora tutto ciò si sta lentamente perdendo, al punto che con la scomparsa dei nostri vecchi tra pochi anni le lingue locali svaniranno per non tornare mai più. È davvero questo che vogliamo? Io dico di no, e per evitarlo ben vengano proposte come quelle di Zaia, purché allargate a tutti i dialetti italiani e non solo quelli del nord, e ben venga anche un canale Rai dedicato. Può essere Rai3 - almeno nei già esistenti spazi locali - come anche un nuovo canale Rai digitale. Siamo pronti a scommettere che il successo di ascolti sarebbe enorme.

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