La Lega dice no al kebab e al burkini



Alla Lega va riconosciuta una certa coerenza. Condivisibile o meno. A differenza infatti di molti partiti, spesso non fedeli a se stessi, tra le idee espresse dagli esponenti nazionali e quelli territoriali esiste un collegamento.

Mentre i leader reclamano lo sviluppo di un federalismo culturale i sindaci locali proseguono i loro provvedimenti contro gli immigrati. O qualcosa che comunque rimarchi la loro condizione di cittadini extracomunitari.

Il sindaco di Capriate ha vietato l’apertura di strutture nelle quali produrre e consumare il kebab. Ufficialmente il provvedimento è stato preso per esigenze urbanistiche anche se tale divieto non è stato poi esteso ad attività analoghe avviate da imprenditori italiani.

Rifacendosi a principi razzisti analoghi il sindaco di Varallo Sesia (Vercelli) ha vietato l’uso del burkini nelle piscine pubbliche e nei corsi d’acqua sotto la responsabilità del comune.


“Non ci inchiniamo - ha dichiarato il primo cittadino - rispettosi verso usanze e atteggiamenti che non sono proprie della nostra civiltà”.

Livore. Sempre. Servisse almeno a risolvere i problemi? Invece no. Sull’integrazione si continua a non fare passi avanti. Fermi come dei bambini capricciosi gli esponenti delle Lega potrebbero crescere se imparassero ad essere meno barbari.

Chi, io per primo, avrebbe mosso delle critiche alle scelte se queste fossero state prese, tanto quanto è successo in altri paesi (ad esempio, in Francia), rifacendosi a norme igienico sanitarie? Nessuno. Forse è questo il problema della Lega. Cercare la rissa. Sempre.

Foto | Flickr

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